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club milano
N. 31
A fine marzo apre Base in via Bergognone: una moderna fabbrica di produzione culturale per tutti i milanesi
Gianni Rivera: «Nonostante non viva più a Milano, questa città continua sempre ad albergare nel mio cuore»
La mixology è un’arte. Giro alla scoperta dei migliori locali della città dove assaggiare i cocktail più buoni
Questo è il momento giusto per visitare Siviglia, tra le celebrazioni della Settimana Santa e la Feria de Abril
MARZO - APRILE 2016
Michele De Lucchi: “Il design deve
servire a capire cosa vogliamo fare
di questo mondo”
− pagina 16
Poste Italiane s.p.a. - Spedizione in Abbonamento Postale - 70% - LO/MI 3,00 euro
EDITORIAL
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Bold sofa, 2015
Fjord pouf, 2002
Fishbone low table, 2012
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“Eating Stars”
Studi for modular installation
“Developed seed”
by Loris Cecchini
Anche quest’anno, inesorabile, si sta avvicinando uno degli appuntamenti più attesi
dalla nostra città, il Fuorisalone. Per chi non vive Milano e le sue dinamiche è quasi
impossibile capire perché questo momento è così importante. In fondo Milano è
moda, finanza, ora anche gourmet. Il legno lo lavorano in Brianza, la maggior parte
delle aziende del settore hanno sede nel nord est, persino le Marche con le loro cucine
sono più titolate di noi. Per non parlare degli stranieri: il design parla olandese, danese,
sempre più giapponese e ora anche cinese. Milano sembra essere capitale di un mondo che non le appartiene. Ma non è così. Milano non produce, ma ispira e crea. Milano
è 365 giorni l’anno un gigantesco hub di cervelli provenienti da tutto il mondo che
parlano, si confrontano, sperimentano, disegnano. Milano accoglie, assorbe e restituisce creatività amplificata. Potremmo dire che la nostra città è una sorta di caleidoscopio dove tutto viene miscelato per trovare forme nuove, dove la sperimentazione
e l’innovazione sono la base di una ricerca costante del bello che passa attraverso la
funzione d’uso di un oggetto. Oggi una lampada non serve solo per illuminare, un
tavolo per mangiare, una sedia per sedersi. Sono oggetti che esprimono innanzitutto
un’identità. Questa rivoluzione, che oggi diamo per scontata, è passata attraverso
quel caleidoscopio che a Milano trova la sua naturale dimora. In fondo la moda ha
dato il via a un processo che il design ha saputo fare proprio, con un approccio più
aperto alle contaminazioni e certamente più democratico. Chiunque può dire la sua.
Tanto poi, come sempre, è il mercato a decretare il successo di un’idea. Non è un caso
se abbiamo scelto come cover story di questo numero il volto di Michele De Lucchi.
La sua lampada Tolomeo compie oggi trent’anni e da quando ha vinto il Compasso
d’Oro nel 1989 è diventato l’oggetto di design più venduto (ed emulato) al mondo.
Un oggetto iconico entrato nella storia, amatissimo a ogni latitudine. Il suo creatore
è un uomo d’altri tempi, schivo, dalla voce lieve e dai modi sempre garbati. Vive sul
Lago Maggiore e tutti i giorni, come un normale pendolare, prende un treno delle
disastrate Ferrovie Nord per raggiungere il suo studio a Milano. Quell’uomo, dalla cui
matita sono usciti oggetti immortali, è il John Lennon del design. L’ambasciatore perfetto di una città che è capitale mondiale del design tutto l’anno, non solo ad aprile.
Stefano Ampollini
4
ad Designwork – photo Alessandro Paderni
set coordinator Marco Viola
Designed in Milan
CONTENTS
point of View
10
focUs
Il sogno su misura
Base di partenza
di Roberto Perrone
di Marilena Roncarà
inside
26
12
Brevi dalla città
a cura di Elisa Zanetti
oUtside
14
Brevi dal mondo
a cura di Elisa Zanetti
coVer story
16
Michele De Lucchi
di Davide Rota
interView
30
Gianni Rivera
di Simone Sacco
focUs
32
Mixology, la religione dei cocktail buoni
di Gaetano Moraca
portfolio
20
War is Over!
foto di autori vari
interView
36
Filippa Lagerbäck
di Paola Medori
focUs
38
Triennale, 20 anni dopo
di Alessia Delisi
bespoke
42
Unico, in ogni dettaglio
di Enrico S. Benincasa
Chiedilo a The Store - Via Solferino, 7 - Milano
6
CONTENTS
bespoke
44
weekend
Come vi piace
A passo di flamenco
di Alessia Delisi
di Carolina Saporiti
style
56
46
Archi-silhouettes
di Luigi Bruzzone
food
58
Mordere con cautela
style
48
di Filippo Spreafico
Marco Campomaggi
food
di Giuliano Deidda
60
Claudio Sadler
hi tech
50
di Roberto Perrone
Quando la musica è fai-da-tech
free time
di Paolo Crespi
62
Da non perdere
wheels
53
a cura di Enrico S. Benincasa
Cento scatti sul mito
secret milano
di Ilaria Salzano
64
La città di terracotta
design
54
di Elisa Zanetti
Salone Story
di Davide Rota
In copertina
Michele De Lucchi
Foto di Matteo
Cherubino
Shop at sealup.it
8
POINT OF VIEW
roberto perrone
Giornalista e scrittore dalle radici “zeneisi” si è
occupato di sport, enogastronomia e viaggi al
Corriere della Sera. Ora è freelance. Il suo sito
è perrisbite.it. Ha da poco pubblicato Manuale
del Viaggiatore Goloso (Mondadori): guida da
leggere e consultare per mangiare e bere bene.
Il sogno su misura
Ogni tanto penso che l’unica cosa che veramente abbiamo su misura siano i sogni. Dico quelli che facciamo quando dormiamo, non quelli che formuliamo, tipo
“sogno di ricevere il Nobel per la letteratura” o “sogno di scalare l’Aconcagua” o
“sogno di avere un correttore automatico che non dia i numeri”. I sogni si formano
da qualche parte, tra il sonno e la veglia e ci portano dove vogliono loro. A volte
li ricordiamo e a volte no, a volte ti restano impressi per sempre (io mi ricordo
di un sogno fatto vent’anni fa) e a volte fuggono via all’alba come Cenerentola a
mezzanotte e, se erano carrozze, diventano nebbia indistinta. Questi sogni sono
gli unici tagliati su di noi da un sarto speciale che ci vuole mandare un messaggio,
cerca di farci comprendere qualcosa. A volte ne cogliamo il senso, a volte no. A
volte confondiamo i sogni con i desideri. In questo, proprio Cenerentola ci ha
confuso un po’, con la canzone I sogni son desideri. Mica sempre. I desideri sono
un’altra cosa. Nel sogno, ad esempio, tutti i vestiti calzano su misura, nel sogno le
cinture degli aerei sono lunghe il giusto anche per quelli sovrappeso come me, nel
sogno se entro in una boutique trovo una bella giacca o un cappotto doppiopetto
della mia misura, fatto apposta per me. E invece no. Il su misura non esiste, diciamo nella grande moda o per lo meno nel mondo delle “griffe”, come dicono quelli
bravi, per gente della mia stazza-razza. Ci dobbiamo rivolgere ai cosiddetti negozi
taglie forti che hanno anche belle cose, ma a un prezzo da boutique. Per questo,
vent’anni fa, per tutelare gli over size, ho fondato con qualche amico l’A.G.O.,
Associazione Giornalisti Obesi. Noi siamo coscienti che chi è sovrappeso non sta
bene, anche se si sente apparentemente bene, ma rivendichiamo il diritto a vivere
normalmente. Ad avere parità di trattamento. Come tutte le minoranze, ormai
siamo una delle ultime che non è stata tutelata da una legge, abbiamo molti doveri
ma pochi diritti. Io qui, ora, in questo numero dedicato al tailor made, rivendico il diritto a entrare in un negozio di una grande firma della moda e a trovare
qualcosa che vada bene anche a me e non solo alla maggioranza magra. Rivendico
il diritto a vedermi riconoscere la mia “normalità”, a essere chiamato con il mio
nome, rivendico il diritto a essere giudicato per quello che sono e non per quello
che appaio. I sogni, in questo caso, non sono desideri, i sogni, in questo caso, sono
diritti. Siete pronti a riconoscerli, siete pronti ad andare oltre il luogo comune? Se
sì, potete aderire all’A.G.O. Certo, anche voi, taglia extra small, anche voi con il
vitino di vespa. Perché noi siamo tolleranti, libertari, aperti. Infatti ammettiamo
tutti, anche chi non è come noi. Anzi, è proprio “chi non è come noi” a trovare,
con noi, il suo sogno su misura.
Roberto Perrone
10
INSIDE
Il palazzo del tempo
Una coreografia di sfere di cristallo
come pianeti in movimento: è
stato questo il tema dell’esibizione
degli artisti che hanno dato vita
a una speciale performance per
l’inaugurazione del nuovo flagship
store di Pisa Orologeria. Collocata
in uno spazio di oltre 1.200 mq
nello storico palazzo di via Verri 7,
la boutique ha accolto numerosi
ospiti e la musica di Claudio Coccoluto, che ha interpretato i ritmi che
scandiscono il tempo.
www.pisaorologeria.com
(not) only for men
Lo spazio di coworking Copernico lancia Clubhouse Brera, un esclusivo
club nel cuore di Milano. Collocato negli spazi dell’ex Teatro delle Erbe
si caratterizza per linee e atmosfere del design della prima metà del
Novecento, reinterpretate in chiave contemporanea. Primo club in Italia
aperto anche all’imprenditoria femminile, sarà accessibile a 500 membri di alto profilo provenienti da diversi settori: dalla finanza al design,
dall’immobiliare al food con una forte attenzione per il mondo della
moda, della cultura e dell’arte.
clubhousebrera.com
Una nuova arena in città
City Sound trova una nuova casa e dà vita ad Arena Certosa
Milano, un grande spazio verde di 68mila mq dove organizzare concerti ed eventi. Nell’area verrà riportato il verde con la
semina del prato e la piantumazione di oltre 150 alberi ad alto
fusto. Già quest’estate si terranno i primi concerti e prossimamente verranno creati un orto urbano e spazi per lo sport.
www.citysoundmilano.com
London calling
12
Sculture meccaniche
La continua danza come metafora dei ritmi
frenetici della vita di oggi. Un corpo stanco
composto da un’insolita macchina che può
essere attivata solo dallo spettatore. È Prefabrik,
l’opera dell’artista sloveno Enej Gala, vincitore
del Walking with Art - Stonefly Art Prize. Ispirata
al romanzo Dance Dance Dance di Haruki Murakami, la scultura è stata esposta con altri lavori
dell’artista negli spazi della Fabbrica del Vapore.
stonefly.it
www.rehash.it
L’innovativo brand di design on line Made.com
invita tutti i talenti del design a prendere parte
al suo openday, il Made Talent Lab che si terrà
il 13 aprile in via Cerva 25. I designer potranno
confrontarsi con il team creativo e proporre i
loro progetti: i migliori verranno selezionati per
partecipare all’Emerging Talent Award, il contest
internazionale che premia i designer emergenti,
in programma a Londra, a settembre, durante il
London Design Festival.
www.made.com
OUTSIDE
Saluti da…
Il Terzo Paradiso
Una serie di cartoline spedite dai più suggestivi luoghi d’Italia
è l’idea di Tuttotondo, linea di prodotti per la cura del corpo
che sceglie di trasmettere attraverso i suoi prodotti profumi
e suggestioni del Belpaese. Il chinotto della Riviera Ligure, le
erbe alpine delle Dolomiti, il mirto della Sardegna, le castagne
del Monte Amiata e i fichi d’India della Sicilia sono racchiusi in
creme, lozioni, oli e gel doccia.
www.tutto-tondo.com
Un caleidoscopio di colori trasforma le vetrate
del Mercato Centrale di Firenze in una cattedrale. È Terzo Paradiso, l’opera realizzata da Michelangelo Pistoletto insieme all’artista colombiano
Juan Sandoval. Fino a giugno la luce del sole di
giorno e la sapiente illuminazione durante la
notte porteranno i visitatori alla scoperta di uno
straordinario viaggio onirico.
www.mercatocentrale.it
LASCIATEVI GUIDARE
DALL’ISPIRAZIONE.
Nuova DS 4
Cinema d’alta quota
Arrampicarsi su El Capitan a Yosemite, provare a
scendere in kayak le cascate del Niagara, sciare
durante una eclissi di sole. Sono alcune delle
storie raccontate dal Banff Mountain Film Festival,
la rassegna itinerante dedicata agli appassionati di
montagna e outdoor sponsorizzata da Salewa.
Il festival ripropone al pubblico italiano una
selezione dei migliori filmati presentati all’ultima
edizione della manifestazione canadese.
www.banff.it
Nella bottega del sarto
Blindspot
Il mondo della cecità, intesa non solo come incapacità di
vedere attraverso gli occhi, ma anche come atteggiamento emotivo e sociale, è il tema affrontato da 14 autori
internazionali per il Perugia Social Photo Fest, il festival
internazionale dedicato alla fotografia sociale e terapeutica. Dall’11 al 28 marzo, al Museo Civico di Palazzo della
Penna, la rassegna proporrà seminari e incontri, oltre alla
conferenza Experiencing Photography, dedicata alla fototerapia e agli usi della fotografia in ambito sociale.
Re-HasH rende omaggio ai manichini in maglia metallica regolabile,
utilizzati nei laboratori dei sarti
del secolo scorso, per sottolineare l’attenzione all’artigianalità e
alla sartorialità che da sempre
accompagnano il marchio. Il nuovo
visual concept prende posto negli
showroom e negli store valorizzando, con il suo design essenziale, i
capi proposti.
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Nasce Nuova DS 4, connubio perfetto
di potenza e raffinatezza. Forte di un design elegante,
audace e dinamico, Nuova DS 4 nasce all’insegna della cura
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COVER STORY
COVER STORY
MICHELE DE LUCCHI
L’EBOLLIZIONE
DELLE IDEE
Ha mosso i primi passi durante l’epoca d’oro del progetto e ha lavorato
con alcuni dei maestri italiani del design. De Lucchi è uno dei progettisti
più celebri del nostro tempo, l’abbiamo incontrato e ci siamo fatti
raccontare il suo modo di vedere i processi creativi che hanno reso
grande l’Italia e Milano
di Davide Rota - foto di Matteo Cherubino
Chi è Michele De Lucchi? Com’è diventato architetto e designer?
Sono arrivato a Milano nel 1976, dopo
una laurea a Firenze. Ho iniziato a lavorare sulla carta e ho avuto l’opportunità di conoscere Ettore Sottsass che,
nel 1979, mi ha introdotto all’Olivetti,
di cui sono diventato responsabile del
design dal 1988 fino agli inizi del 2000
e alla quale devo molto, sia dal punto
di vista professionale, sia personale. Gli
uffici della Olivetti di Milano erano
particolari: erano composti da una serie
di professionisti esterni, ma pur essendo una realtà a sé stante, mantenevano
un legame forte con le dinamiche e le
problematiche aziendali. Gli architetti
e i progettisti che lavoravano in quegli
spazi facevano di tutto: dalle grafiche
pubblicitarie alla progettazione degli
uffici aziendali, dai progetti di design
agli allestimenti degli showroom, fino
al packaging. È stato un momento importante della mia vita perché ho incontrato una serie di persone che si
sono rivelate fondamentali anche dopo
l’esperienza in Olivetti, quando l’azienda non è più esistita. Mi vengono
in mente: De Benedetti, Colaninno,
16
Passera e tanti altri… Ed è il luogo in
cui ho conosciuto mia moglie. Lei non
lavorava per l’azienda, ma si trovava lì
per scrivere un libro sull’organizzazione del design all’interno della Olivetti.
Memphis, Sottsass e gli anni d’oro del
design italiano: ha vissuto in un’epoca fantastica dal punto di vista del
design...
Ho avuto la fortuna di lavorare con i tre
grandi maestri del design italiano: Ettore Sottsass, Vico Magistretti e Achille
Castiglioni. L’amicizia con Sottsass è
stata determinante perché con lui mi
sono confrontato sia con la grande industria (l’Olivetti in questo caso) sia
con l’avanguardia intellettuale del design e dell’architettura che a Milano
ha portato alla creazione di Memphis
e di tutti i movimenti da lì derivati. E
proprio da quell’esperienza ho avuto
l’opportunità di crescere e di espandermi: ho iniziato ad avere i primi riconoscimenti, ho aperto un mio studio
e ho iniziato a lavorare tanto all’estero,
soprattutto in Giappone ma anche in
Russia, in Germania e in America. E
poi gli ultimi anni sono stati tutti concentrati soprattutto su Milano.
Un avvenimento casuale o invece l’intenzione di realizzare qualcosa “in
casa”?
Sto pensando se in effetti esista un vero
e proprio motivo. Diciamo che è stata
un’esperienza maturata all’estero e poi
messa in pratica a Milano. Mi sono trovato qui proprio nel momento in cui
tutto stava per esplodere: è stata una
delle città più attive negli ultimi anni,
con cambiamenti continui e grandi investimenti. Il lavoro svolto all’estero
negli anni passati è stato visto di buon
occhio dai milanesi e proprio questa
esperienza fuori confine mi è servita
per alcune delle opere svolte in città.
Il primo grande successo, quello che
considero un po’ il mio trampolino di
lancio, è stata la vittoria del concorso
per gli uffici della Deutsche Bank in
Germania. Un lavoro che mi ha dato
molta visibilità all’estero, ma che è servito anche in Italia e che mi ha consentito di realizzare gli uffici delle Poste
Italiane. Sempre in Germania ho vinto
il concorso per la progettazione delle
stazioni delle ferrovie nazionali; una
serie di progetti che mi sono serviti poi
per collaborare con l’Enel, per la crea17
COVER STORY
COVER STORY
“In Italia dovremmo organizzare
feste: siamo bravissimi a creare
coinvolgimento e movimento”
Lo studio dell’architetto
De Lucchi a Milano.
Per lui il design
dovrebbe andare al di
là dell’oggetto e avere
zione dei loro uffici e la progettazione
di ben sei centrali elettriche (e mentre
parla indica una fotografia di Gabriele
Basilico, il fotografo milanese scomparso poco più di tre anni fa, appesa alla
bacheca dei lavori, NdR).
A proposito di Basilico, a gennaio si
è tenuta una mostra dedicata interamente al suo lavoro. Che rapporto
aveva con lui?
Gabriele e io ci siamo conosciuti negli
anni Settanta, abbiamo collaborato in
molte occasioni ed era un amico. Uno
dei progetti più belli realizzati con lui
è la serie di fotografie scattate alle centrali elettriche dell’Enel. Ricordo con
grande orgoglio l’ultima volta in cui
abbiamo collaborato, si trattava di una
ricerca che ci ha portato in giro per
l’Europa per mettere in luce le architettura visitate da Giambattista Piranesi (incisore, architetto e teorico dell’architettura italiana del XVIII secolo,
NdR) durante la sua carriera. Gabriele
ha girato tantissimi luoghi e ha fotografato le stesse architetture schizzate più
di 250 anni fa da Piranesi, cercando la
giusta angolatura e trovando un modo
per renderle vere. Un lavoro corposo e
di qualità, che ha richiesto più di sei
mesi di tempo per essere completato.
Pensa che Milano abbia conservato la
sua fama e la sua voglia di qualità?
Credo che a Milano le cose siano in
costante “ebollizione”. E l’ebollizione
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produce sempre una combinazione
inaspettata di elementi da studiare,
indagare e capire e far evolvere ulteriormente. Milano è sempre al centro
dell’interesse mondiale – sia dal punto
di vista del design e del progetto, ma
anche dello stile di vita – perché concepisce queste discipline non solamente
come materie tecniche utili per produrre oggetti, mobili o altro, ma come
strumento per capire in che direzione
si sta evolvendo la società. Quando il
design riesce ad andare un poco più
in là dei problemi legati ai costi o alle
vendite, e riesce a essere un poco più
lungimirante e capire che cosa si può
fare per rendere la condizione di vita
dell’uomo sul pianeta migliore, prende
tutto una nuova piega. E per fortuna
questa cosa avviene ancora, soprattutto qui. C’è ancora qualcuno in Italia
che riesce a pensare al design non solo
come la disciplina per disegnare le caffettiere, ma come una materia per capire cosa vogliamo fare di questo mondo. Un obiettivo un poco più umano e
umanistico.
Come è cambiato il volto della città? E
come cambierà ulteriormente secondo
lei?
È un cambiamento in atto ormai da
anni, che non si è fermato. Se penso
ad alcune cause o tappe penso prima
di tutto al Salone del Mobile e al cosiddetto fuorisalone. Poi alla Triennale,
un posto adatto alle feste. Tolte alcune
mostre che l’ammazzano e che l’hanno
ammazzata in passato, quando invece
sono belle riescono a trasformarla in
uno dei posti più vivaci e attivi di tutta
la città. Un altro posto che mi viene in
mente è il Pier Lombardo (la sede storica del Teatro Franco Parenti riaperta
nel 2008, NdR) che non è solamente
un teatro, ma uno spazio per feste: ci
sono quattro sale, un foyer che si adatta a ospitare esposizioni o congressi e
tra poco sarà aperta anche la piscina
esterna. Un luogo fantastico. Un altro
posto che sta nascendo e che spero diventi sempre più importante per il futuro di Milano sono le Gallerie d’Italia
in piazza della Scala. Un progetto più
classico e umanistico ma che può essere importante per la città. Poi la nuova
piazza dedicata a Gae Aulenti in Porta
Nuova, dove abbiamo creato l’Unicredit Pavilion. E ultimo, ma non in ordine
di importanza, il Castello Sforzesco,
che dopo l’intervento tanto osteggiato
di riposizionamento della Pietà Rondanini (dall’ormai storico allestimento
dello studio BBPR al nuovo Museo della Pietà, NdR) ha visto un incremento
vertiginoso delle visite.
In effetti è stato un intervento che ha
sollevato qualche polemica…
Anch’io non so se sia stata una cosa
giusta o sbagliata, credo semplicemente che sia stata utile. Le cose vanno fat-
obiettivi più umani
te vivere e per fare questo è necessario
molto spesso cambiare il modo di vederle. Un tema importante per l’umanità e per Milano in particolar modo:
come rendere temporanea la permanenza e come rendere vitale, permanentemente, ciò che è importante conservare.
A proposito di conservazione: Expo
sembra ormai un ricordo lontano,
cosa sarà di ciò che ne rimane secondo lei?
Questo è un bel tema da affrontare.
Sicuramente la cosa migliore è la possibilità di sfruttare quegli spazi fuori
Milano – ma alcuni anche in città – per
la ricerca universitaria, un grande investimento sulla conoscenza. Mi domando però se saremo in grado di farlo. Ci
riesce meglio improvvisare che non a
costruire strutture solide. Il mondo in
effetti non è più fatto per essere costruito... Sa quanti ettari di natura scompaiono ogni giorno in pianura Padana?
Circa 20. Più di 7mila all’anno. Per
carità, smettiamola. La cosa migliore
che un architetto potrebbe fare oggi
sarebbe convincere un imprenditore
a comprare un palazzo fatiscente, distruggerlo e costruire un parco. Zero
Ground Consumption è un concetto a
cui ci dobbiamo abituare. Io sono orgoglioso del lavoro svolto a Expo, perché i
padiglioni che sono stati costruiti sono
a tutti gli effetti edifici senza fondamenta, che possono essere spostati da
un’altra parte.
Siamo alla vigilia del Salone del Mobile, cosa ne pensa?
Il Salone del Mobile è una bellissima
invenzione. Ed è una bellissima cosa
che sia stata creata questa doppia faccia dell’evento: da un lato la fiera, una
vetrina dedicata alle vendite e agli addetti ai lavori; dall’altro l’aspetto più
goliardico, il fuorisalone, che coinvolge la città. Una cosa fantastica, che ha
dato il via anche al “fuori Expo” lo scorso anno. Milano a Place to Be, lo slogan nato dopo un lusinghiero servizio
realizzato dal “The New York Times”
sulla città meneghina, è perfetto per
spiegare quello che è ormai evidente
a tutti: noi italiani siamo bravissimi a
organizzare feste. Dai principi romani,
ai veneziani, alle biennali… Che cosa è
una festa in fondo? Creare coinvolgimento, trovare un tema adatto e far sì
che tutti quanti siano coinvolti e che la
città entri in movimento. In Italia dovremmo organizzare feste.
Cosa presenterà durante la Design
Week?
Quest’anno cadono i 25 anni di Collezione Privata (una piccola azienda
creata da Michele De Lucchi nel 1991,
NdR) e voglio festeggiarli. Sto raccogliendo tutti gli schizzi e i “disegnetti”
per raccoglierli in una mostra qui in
studio. Presenteremo poi una versione
gigante della lampada Acqua Tinta, in
edizione limitata, fatta in collaborazione con una mastro vetraio di Murano. E
poi altri progetti che saranno presentati
al Salone del Mobile.
19
PORTFOLIO
PORTFOLIO
In questa pagina
La cantante e attrice
Marlene Dietrich, di
origine tedesca, tiene
uno spettacolo per i
soldati americani feriti
in un ospedale militare
sul fronte italiano,
maggio 1944
Nella pagina a fianco
Soccorritori dopo un
bombardamento, 1943
WAR IS OVER!
La Liberazione d’Italia raccontata da due sguardi contrapposti: da un lato le
fotografie a colori dei Signal Corps dell’esercito americano che vogliono esportare
l’american way of life; dall’altro le immagini in bianco e nero dell’Istituto Luce,
molte delle quali inedite o censurate, che esprimono il declino del fascismo e la
sobrietà della classe dirigente che cerca di rimettersi in piedi. La Liberazione,
un processo lungo e doloroso, fu messa in scena da due opposti sguardi che
restituiscono due Italie e due diverse guerre che si osservano reciprocamente.
La mostra “War is Over!”, curata da Gabriele D’Autilia ed Enrico Menduni,
dura fino al 10 aprile negli spazi di Forma Meravigli
foto in bianco e nero di Istituto Luce Cinecittà - foto a colori di National Archives And Records Administration
20
21
PORTFOLIO
PORTFOLIO
In questa pagina
Sfollati italiani
attendono in un punto
di raccolta ad Anzio
l’imbarco sulle navi che
li porteranno a Napoli,
giugno 1944
Nella pagina a fianco
Fotografo Luce, 1944
22
23
PORTFOLIO
PORTFOLIO
In questa pagina
Il tenente Francis
Mulhair, originario
di South Norwalk,
Connecticut,
cineoperatore in forza
ai Signal Corps da 20
mesi. Viareggio, 1944
Nella pagina a fianco
Un casto bacio
alla partenza per
il fronte, sotto lo
sguardo del ministro
della propaganda
di Salò, Ferdinando
Mezzasoma, 16
ottobre 1944
24
25
FOCUS
FOCUS
BASE DI PARTENZA
Taglio del nastro il 30 marzo per quei 6mila metri quadri di laboratori, spazi coworking,
caffetteria e lounge sempre aperti, che riconsegnano alla città gli spazi dell’Ex Stecca delle
Acciaierie Ansaldo e con loro anche una prima risposta a un certo bisogno di futuro
di Marilena Roncarà
02
01
01. Il 30 marzo si
inaugurano tutti gli
spazi di piano terra
e primo piano: 6mila
metri quadri tra
coworking, laboratori
e foresteria
26
Base come fondamenta, come necessità di ripartire da zero consegnando a tutti gli strumenti “elementari” per lavorare sulla produzione culturale;
Base come a place for cultural progress, come si autodefinisce ovunque, un posto dove la cultura è al
centro di ogni decisione, ma soprattutto un posto
che adesso c’è e che il 30 marzo si apre alla città.
Arrivandoci nei 6mila metri quadri di Base, al 34
di via Bergognone, negli spazi della Stecca delle ex
Acciaierie Ansaldo, si respira un grande fermento,
come un ribollire di dinamismo e frenesia, che
poi sono quelli tipici di ogni debutto. Il 30 marzo, dopo una ristrutturazione realizzata in tempi
record, questi spazi datati 1904 vengono, infatti,
riconsegnati alla città trasformati in una moderna
fabbrica di produzione culturale, dove coesistono
in un unico luogo processi di incubazione, produzione e fruizione, per realizzare prodotti e servizi
che, una volta testati, possono anche essere esportati (con il marchio Base).
Tutto nasce da un bando del Comune di Milano e
da una cordata di cinque organizzazioni che mettendosi insieme quel bando lo vincono. Si tratta di
Arci Milano, Avanzi, Esterni, H+, Make a Cube3,
un gruppo eterogeneo con competenze diversificate, che però condivide una visione unitaria.
«Nella nostra ricerca di una qualche formula di
definizione è molto ricorrente il tema dell’ibrido – ci spiega Matteo Bartolomeo, il presidente
dell’impresa sociale che gestirà Base per i 12 anni
di questo primo ingaggio – così come il fatto di
immaginare uno spazio e una comunità liquida,
nel senso che si reinterpreta di continuo, favorendo nuovi ingressi e consentendo anche un’uscita
a organizzazioni che nel frattempo si sono rafforzate al punto da essere in grado di esportare prodotti e servizi già testati qui».
Base è quindi un luogo di produzione culturale,
una startup che è anche un esempio di riconversione urbana e riutilizzo dell’esistente, come
testimoniano gli ampi spazi di architettura industriale tradotti, grazie al progetto architettonico
di Onsitestudio, in luoghi di incontro, studio e
lavoro, con sale prova e palchi, laboratori e foresteria, tutti collegati tra loro. Onsitestudio ha
lavorato creando una serie di volumi di varie dimensioni realizzati in mattoni artigianali, e destinati a contenere i servizi, dal bookshop al bar per
intenderci, creando una sorta di micro città fatta
di slarghi e di grandi e piccole piazze. Si comincia dal pianterreno dove ci accoglie una sorta di
agorà, una piazza coperta su due livelli collegati
da una scalinata, proprio come nelle piazze vere
appunto. Non siamo solo tra una caffetteria e un
bistrot, ma in un posto dove chiunque può entrare, incontrarsi per un appuntamento di lavoro,
mettersi sulla poltrona, fermarsi a lavorare o a
leggere un libro. Lo spazio coworking e i laboratori si trovano al secondo piano insieme con la residenza-foresteria aperta sia alla città, sia ad artisti
02. Il progetto di
ristrutturazione
firmato Onsitestudio
ha lavorato sulla
valorizzazione
dell’architettura
industriale
27
FOCUS
Le dictAteUr n.5
Sabato 9 aprile alle 19 Base ospita
in anteprima la presentazione del
nuovo numero di “Le Dictateur” a
cura di Maurizio Cattelan. Fondato
nel 2006 come progetto editoriale
a cui negli anni hanno preso parte
i più grandi artisti della scena
nazionale e internazionale, “Le
Dictateur” celebra i suoi 10 anni di
attività con questa nuova edizione
speciale, la N. 5, The Rat Pack,
curata da Cattelan.
www.ledictateur.com
DESIGN &
MODERN
LIVING
03
03. Base si ispira e
vuole dialogare con
modelli attivi a livello
internazionale: dal
Matadero di Madrid al
P.S.1 Contemporary
Art Center di NYC
28
internazionali. Per entrare e usufruire degli spazi
l’appuntamento è con la festa di apertura del 30
marzo quando prenderanno il via anche una serie
di eventi: dall’inaugurazione della mostra laboratorio Visual Making realizzata da Opendot in
collaborazione con Claude Marzotto e Daniela
Lorenzi a Bookpride, la fiera degli editori indipendenti (1- 3 aprile), dalla XXI Triennale Architettura (2 aprile) alla presentazione del nuovo
numero di “Le Dictateur” di Maurizio Cattelan
(9 aprile) fino alla Design Week che inizia il 12,
mentre più in là, a giugno, toccherà alla moda.
Questo palinsesto di eventi ospitati va di pari
passo con lo sviluppo delle attività permanenti e
anche da qui viene l’idea di Base di conquistare
pure il 3° e il 4° piano (sono in corso le trattative
con il Comune) allargandosi su tutto l’edificio per
12mila mq complessivi che consentirebbero di
sviluppare ancora di più il concetto della comunità liquida in perenne divenire, oltre che in totale apertura. Nonostante sia un progetto vicino di
casa del Mudec e di Armani Silos, e insieme a essi
rappresenti la volontà di riqualificare il territorio
milanese, Base non nasconde la sua ambizione a
dialogare anche con realtà internazionali traghettando Milano verso una dimensione più ampia.
«C’è un desiderio di nuovi linguaggi, di rottura
di alcune barriere e di confini – sottolinea il presidente Matteo Bartolomeo – ed è di questo che
Base vuole farsi interprete, auspicando che pian
piano i desideri si trasformino in bisogni di scoperta e anche di futuro».
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INTERVIEW
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Il libro Gianni
Rivera – Ieri Oggi
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si può acquistare
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presentazioni pubbliche
Esce l’autobiografia definitiva del Golden Boy del football italiano. Un racconto
sentimentale lungo oltre 70 anni con il Milan (e Milano) come fedele convitato di pietra.
La nostra intervista all’intramontabile eroe dell’Azteca
del suo autore. Al
momento non sono
previste uscite in
libreria
di Simone Sacco
Ancora mi chiedo come abbia fatto.
A resistere, intendo. A non diventare
un’icona pietrificata dai giornali. Un
santino buono per tutte le ricorrenze. Un luogo comune. Niente da fare:
Gianni Rivera è riuscito ad andare
avanti da quel gol decisivo in Italia
Germania 4-3 di Messico ’70. La rete
per antonomasia della nostra Nazionale, anche se questo alessandrino di qua30
si 73 primavere non lo ammetterà mai.
Se lo sarebbe meritato di tirare il fiato,
il figlioccio di Rocco: lui, il primo italiano a conquistare il Pallone d’Oro nel
’69 e über-milanista capace di vincere
così tanto che ora ci vorrebbe Wikipedia per fare il conto esatto di ogni trofeo. Avrebbe potuto reclinare il sedile,
fumarsi un sigaro e godersi il tramonto, anche a trent’anni. E invece no. Il
Golden Boy è andato avanti e ha fatto
ulteriori cose belle. L’ultima s’intitola
Gianni Rivera – Ieri Oggi, librone di
oltre 500 pagine un po’ autobiografia,
un po’ catalogo, un po’ saggio su cosa
sia diventata l’Italia dal Dopoguerra a
quest’incasinato terzo millennio. Il numero 10 rossonero lo sta attualmente
presentando in giro per la nazione e, in
occasione della sua visita meneghina,
abbiamo avuto il piacere di dialogare
con lui. Non su un tram (come durante
quella leggendaria intervista condotta
da Beppe Viola nel 1978) ma il brivido,
credeteci, è stato pressoché identico.
Rivera, come andò quella volta sul
15 in compagnia dell’indimenticabile
Beppe Viola?
Era fine anno, il campionato si godeva
la sosta natalizia, ma alla Domenica
Sportiva serviva comunque un servizio di calcio. Mi chiama Beppe: «Gianni, niente in contrario se l’intervista la
facciamo su un tram in mezzo a veri
passeggeri?». Accettai subito. Di Viola
mi fidavo ciecamente e sapevo che sarebbe venuto fuori un bel reportage.
Dove abitava fisicamente quando la
sua “casa” della domenica era San
Siro?
Dalle parti di viale Misurata, ma Milano l’ho sempre vissuta tutta. All’epoca si passeggiava tra la gente, non
c’era l’aggressività odierna del selfie. Al
massimo qualche passante ti chiedeva
l’autografo e ti faceva gli auguri per la
partita successiva. Tutto qui.
Le manca non vivere più sotto la Madonnina?
Ci ho un po’ perso l’abitudine, anche
se questa città continua ad albergare
nel mio cuore. Ormai la vita e la famiglia mi hanno fatto stabilire a Roma da
tanto tempo, però Milano è cementata
dentro di me. Esattamente come Alessandria.
E il Milan? Le manca pure il Diavolo?
Voglio dire: oramai sono trent’anni
che non fa più parte di quei quadri
societari…
Vede, nella vita si arriva a un punto
dove ci si mette a fare altre cose, si
intraprendono nuovi percorsi. Voltarsi
indietro è complicato.
Capisco. Però Alfredo De Stefano
è stato parte del Real Madrid fino
all’ultimo. Idem Eusebio nel Benfica o
attualmente Bobby Charlton nel Manchester United…
Ha ragione, ma io non mi sono mai
allontanato dal Milan per scelta mia.
Questo, d’altronde, lo sanno tutti…
(sorride, NdR)
Mi vuol forse dire che qui da noi il numero 10 ha sempre incendiato le curve
e i popolari, ma raffreddato le tribune
dei potenti?
Beh, il 10 – finché è esistito – ha costantemente avuto quel destino lì. Chi nasce fantasista, ama mettersi in evidenza
sul campo e tutto ciò può attirargli sia
fischi sia applausi. Il 10 rischia sempre
e ne paga le conseguenze, com’è ovvio
che sia.
Ma è vero che lei in Nazionale avrebbe proseguito anche dopo i malinconici Mondiali di Germania ’74?
Stesso dicasi nel Milan dopo la conquista dell’agognata stella il 6 maggio
1979…
Sì, ma nel primo caso patii il rinnovamento della squadra azzurra e il pensionamento anticipato di quei giocatori
che avevano vinto l’Europeo del ’68 ed
erano arrivati secondi ai Mondiali messicani. Nel Milan, invece, fu diverso:
Nils Liedholm dopo lo scudetto andò
via e il nuovo arrivato, Massimo Giacomini, aveva altre idee su di me. Io
e lui avevamo giocato assieme in passato e Giacomini sostenne che questo
avrebbe finito per condizionare la sua
leadership nello spogliatoio. Quindi
appesi le scarpe al chiodo.
E comunque se uno pensa a Gianni
Rivera, oltre alle vicende sportive, gli
vengono in mente mille altre cose. Tra
cui le commedie immortali di Diego
Abatantuono o le canzoni più riuscite
di Enzo Jannacci: si sente un simbolo
pop?
Ah, questo me lo deve spiegare lei! In
fondo la mia fu l’epoca in cui capitò
assolutamente di tutto e io non potevo che conviverci. Sa, quando Neil
Armstrong posò il piede sulla Luna,
cominciai a non meravigliarmi più di
nulla. E difatti, sempre in quel 1969,
vinsi la Coppa Campioni e il Pallone
d’Oro. Una bella analogia per me che
ero pur sempre cresciuto in un piccolo
oratorio alessandrino…
Arriviamo a quel 17 giugno 1970:
come ha fatto a trovare ulteriori stimoli dopo quel capolavoro eterno?
Capolavoro? Per carità, quello fu un
semplice gesto tecnico. Colpii la palla
di destro e, fino al giorno seguente, fui
convinto d’aver calciato di sinistro! Ah,
i misteri della psiche applicati al football…
Rivera, non faccia il modesto. Quel
gol, per noi italiani, è come Picasso
alle prese col suo Periodo Blu!
Grazie, ma chissà se Picasso – mentre
dipingeva – pensava che i suoi quadri
sarebbero stati contesi dai musei di
tutto il mondo. Io segnavo e passavo il
pallone al compagno smarcato come se
si trattasse di una cosa normale. Poi i
giornalisti scrivevano che quella era
poesia. Ma erano loro a sostenerlo, di
certo non io.
31
FOCUS
FOCUS
MIXOLOGY, LA RELIGIONE
DEI COCKTAIL BUONI
L’arte del bere miscelato ha l’obiettivo di offrire un’esperienza sensoriale
completa, non un semplice drink. Ecco il nome di qualche mixologist e
locale se a Milano volete affiliarvi a questa religione
di Gaetano Moraca
indirizzi
Gino 12
alzaia Naviglio Grande 12
Nottingham Forest
viale Piave 1
Rita&cocktails
via Angelo Fumagalli 1
Lacerba
via Orti 4
Santeria Social Club
viale Toscana 31
The Botanical Club
via Pastrengo 11
01
01. Il bancone di
Lacerba, cocktail bar e
ristorante futurista in
zona Porta Romana
32
Fare un buon cocktail è un’arte vera e propria:
un misto di scienza e filosofia, shakerato con una
buona dose di creatività e con uno sguardo scrupoloso alle ricette originali. Un insieme di spezie
e sapori che conduce attraverso paesaggi esotici, o
un misto di tradizione e corposità che permette di
viaggiare nella storia.
Di tutto questo si occupa la mixology, ovvero la
religione del bere miscelato (sono decine i corsi e le scuole che a Milano la insegnano, o forse
dovremmo dire “professano”). Quest’arte – nata
in realtà cosmopolite, crocevia di culture e visioni
diverse – è sbarcata anche in Italia e si basa sul
perfetto equilibrio degli ingredienti, alcolici e non,
scelti oculatamente per creare cocktail perfetti.
Per essere un esperto bisogna conoscere la storia,
le tecniche, l’origine dei prodotti, saper scegliere
il bicchiere giusto, la frutta, la verdura, gli attrezzi
del mestiere, per offrire un’esperienza sensoriale
completa, non un semplice drink. Recentemente
Sky Arte ha dedicato uno speciale alla mixology,
sull’onda del successo del talent sui bartender trasmesso nel 2014 su DMAX. Non è azzardato considerare i mixologist dello stesso rango degli chef,
anzi alcuni di loro come Marco Russo, uno tra i
più famosi e influenti, sostengono strenuamente
questa tesi da tempo.
Avventurandoci per le vie meneghine alla scoperta dei templi della mixology, non possiamo non
iniziare con un salto al Nottingham Forest. Nelle
adiacenze di piazza Tricolore si staglia questo piccolo cocktail bar dall’originale arredamento caraibico, insignito di riconoscimenti internazionali e
gestito da un manipolo di agguerriti mixologist,
guidati dal vulcanico Dario Comini. Un locale
per veri intenditori ma, anche se non siete esperti, davanti a un Tempest non resterete impassibili.
E Dario è li pronto a dimostrarlo: attraverso uno
the gin to my tonic
Mai chiedere “un gin tonic” al bar.
Ormai i banconi di molti locali
milanesi hanno decine di qualità
diverse di questo distillato e i
bartender sono pronti a consigliarvi
quello giusto secondo i vostri gusti.
Da quello da bere con un rametto
di rosmarino, a uno più secco o un
altro fruttato. Se siete sui Navigli
entrate da Gino 12 (all’interno di
Officina 12) e sedetevi al bancone
per scegliere insieme al mixologist la giusta combinazione di gin
e tonica. Nel quartiere Isola ha
aperto The Botanical Club che di
sera serve ottimi drink e di giorno
produce il suo distillato.
02
spruzzatore viene vaporizzata direttamente in
bocca l’essenza prescelta, a cui segue il sorseggiamento lento del drink da una coppa di porcellana.
Alternando l’operazione si è invasi da una tempesta di aromi. Nomen omen, ma attenti alla coda
per entrare nel locale, una vera foresta!
Se invece non vogliamo spostarci dai suggestivi
navigli, irrinunciabile è una salto al Rita&cocktails,
un classico intramontabile. Ormai famosi per la
loro lista dei cocktail più lunga dell’elenco telefonico, conviene affidarsi ai sacerdoti di quest’arte e
farsi consigliare tra i New Standards, secchi e decisi, oppure gli Old-Lost and Found, cocktail con
una lunga storia alle spalle, ma ammodernati dal
tocco creativo di Edoardo Nono e Gianluca Chiaruttini. «Ormai lo fanno tutti in città, ma i padri
dello Gin Zen siamo noi!», ci dicono orgogliosi
mentre ci servono un cocktail a base di zenzero
fresco pestato, gin, lime, cordiale al lime, soda,
ghiaccio tritato, servito nel tumbler basso. Anche
qui la prenotazione è vivamente consigliata.
In via Orti, nell’elegante zona di Porta Romana, è
degno di nota il Lacerba, cocktail bar e ristorante, dall’arredamento visionario e futurista. I manifesti di Depero campeggiano in ogni angolo di
questo locale uscito dal secolo scorso. Si possono
gustare buoni piatti di pesce e aperitivi in pieno
stile milanese, ma non si può non concedersi l’esperienza di un drink. La lista e l’esperienza sui
cocktail si sono evoluti negli anni con i mixologist
che si sono succeduti. Ma certo restano un fiore
all’occhiello, se non altro per l’oculatezza lessicale, il Maria l’acerba, il bloody originale a base di
tabasco verde, lime e vodka al peperoncino, e il
Yellow Sub-Maria, preparato con tequila infusa al
peperone giallo e curcuma. Inutile dire che l’ara
sacra degli alcolici annovera solo qualità.
Di recente apertura, in viale Toscana, c’è la Santeria Social Club, una fucina di cultura, musica,
buon cibo e ovviamente buon bere. Che siate lì
per un aperitivo o per un concerto, non potete
esimervi dal provare uno dei tanti cocktail studiati
(e in continuo moto d’innovazione) da Fabio Spinelli e la sua squadra, sottratto al Rita&cocktails.
Questo sacerdote della mixology si è sempre
battuto per l’abbinamento ottima musica/ottimi
cocktail e continua a professarlo con la sua arte.
Specie quando ti serve il Rag Time, l’unico cocktail a tempo di musica, noto anche come il “king”
di Manhattan, ma milanesissimo di nascita, a base
di amaro Ramazzotti, che un farmacista milanese
inventa nel 1815 e bilanciato dall’Aperol.
02. Un mixologist
alle prese con una
sua creazione:
preparare un cocktail
è considerata una vera
arte.
Foto di Virginia Mae
33
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INTERVIEW
INTERVIEW
FILIPPA LAGERBÄCK
SEMPRE IN MOVIMENTO
Svedese, bionda, come la birra che ha accompagnato tanti anni fa in uno spot, Filippa
Lagerbäck inizia la sua carriera a diciassette anni come fotomodella. Viaggia per il mondo,
ma trova l’amore a Milano. Conduttrice, blogger, ambientalista e volto storico del salotto
di Che tempo che fa accanto a Fabio Fazio
di Paola Medori
36
Filippa Lagerbäck sorride alla vita.
Testimonial e mamma in formissima,
dice che sia tutto merito della bicicletta con cui si muove a Milano, ma anche
in giro per l’Italia con il programma In
bici con Filippa. Sostiene il movimento,
ma anche il cambiamento e la scoperta, in tutte le cose della vita.
Cosa ama di più della nostra cultura?
Mi piace la vostra spontaneità, la curiosità e la gioia. Vivete in un Paese inondato dal sole e siete un popolo aperto e
caloroso. Mi avete trasmesso una grande voglia di godermi la vita, con le sue
piccole cose e le varie sfumature. Qui
mi sono sempre sentita a casa. E non
mi è successo in altri posti nel mondo.
A quale rituale milanese non potrebbe
mai rinunciare?
All’uso della bicicletta per muovermi,
per scoprire le viuzze meno trafficate,
i negozi, i cortili e i pazzeschi palazzi che ho conosciuto anche grazie alla
moda e agli eventi organizzati in luoghi che non avevo mai visto. A Milano
non puoi essere soltanto uno spettatore, devi andare a scovare tutti i posti
più segreti.
Ha vissuto a Milano poi ha scelto
di trasferirsi a Varese, perché questo
cambiamento?
È capitato per caso. Stavo cercando una
nuova scuola europea per mia figlia e
qui ce n’è una ottima. Mi piace cambiare, avere nuove radici, ripiantarle e
creare una nuova casa. E non è detto
che sia per sempre, domani potremmo
decidere di ritornare a Milano o andare altrove. Non vorrei mai pensare che
questo sia definitivo. Mi annoia.
Attiva sui social, da anni si racconta
attraverso un blog-diario di storie.
Cosa rappresenta?
PlanetFil è una finestra per comunicare
con chi ha i miei stessi interessi e vuole
sapere quello che faccio. Mi racconto e
invito al dialogo con argomenti sempre
positivi, senza entrare in temi come la
cronaca o la politica. Provo sempre a
regalare un sorriso. Ed è nata una bella
comunità, sembra un club privato del
buonumore.
Lei è molto green, quali sono le sue
best practice nella vita di tutti i giorni?
Non mi sforzo, sono green ma non
troppo. Sono stata cresciuta nel rispetto per l’ambiente, per le persone e per
gli animali. La natura è nostra. Salvaguardare tutto quello che ci circonda ci
permette di vivere meglio. Poi diventa
facile spegnere la luce e fare la raccolta
differenziata. Da quando sono a Varese
ho preso una macchina ibrida. Ci sto
provando, non sono perfetta ma cerco
di essere una consumatrice consapevole perché ogni scelta che facciamo ha
delle conseguenze.
Mamma della dodicenne Stella, che
rapporto avete?
Condividiamo momenti di umorismo
e ironia. La mia missione ogni mattina
quando l’accompagno al bus per andare a scuola è farla sorridere. Faccio un
po’ il clown e lei, a volte, si imbarazza.
Sta crescendo con due differenti culture e ha una mentalità aperta, senza
pregiudizi.
Qual è stato l’ultimo consiglio che le
ha dato?
Questa mattina le ho detto: «Quando
capisci che non c’è niente di cui vergognarsi sei cresciuta e io l’ho scoperto
quando aspettavo te». La forza della
vita che crei è più forte di qualsiasi imbarazzo. Lei deve sapere che sarò sempre presente e non la giudicherò mai.
È uno dei volti del programma “Che
tempo che fa”, le piacerebbe condurlo?
No, perché è molto difficile. Ci vuole una preparazione da professionista
come quella che ha Fabio. Ho il mio
piccolo ruolo, un finestrella da dove
imparo tantissimo. La trasmissione mi
ha permesso di fare tante altre cose,
come il programma su Sky In bici con
Filippa, dove giro per l’Italia su due
ruote.
Con questo programma sostiene la
vita attiva. Qualche volta riesce a
oziare?
A volte sono pigra, alcune giornate le
passo in giardino, al sole con il mio
cane, a leggere un libro o a lavorare sul
mio blog. Dovrei fare più sport, sto arrivando a un’età critica in cui la gravità
prende il sopravvento.
Quale posto l’ha colpita di più del Bel
Paese?
Ogni regione ha dei luoghi magnifici.
L’Italia offre di tutto, per qualsiasi gusto e interesse. Il mio cuore, però, l’ho
lascito in Umbria, a Città di Castello.
Ho una piccola casa in collina, dove è
nata Stella. Per me rimane il posto più
speciale.
È ambasciatrice di Cbm Italia, una
Onlus impegnata nella cura della cecità. Come è nata questa collaborazione?
Ho chiesto se potevo mettere a disposizione la mia notorietà. Ho fatto
alcune loro campagne, raccolte fondi
e negli anni abbiamo realizzato varie
linee di occhiali da sole. Ultimamente
abbiamo disegnato delle T-shirt: tutti i
fondi vanno realmente a sostegno delle
persone che tornano a vedere. Tutto il
resto non conta niente, se paragonato
alla possibilità di cambiare la vita anche di una sola persona.
Famosa negli anni Novanta grazie
a una pubblicità di una birra con lo
slogan “Una bionda per la vita”, cos’è
per sempre per lei?
L’amore è per sempre. Gli affetti e le
persone, anche quelle che non ci sono
più. Poi tutto il resto non ha molta importanza.
37
FOCUS
FOCUS
TRIENNALE, 20 ANNI DOPO
Milano si interroga sul futuro del design e lo fa attraverso l’imponente Esposizione
Internazionale della Triennale che, dal 2 aprile al 12 settembre, trasformerà la città
in un grande laboratorio di riflessione ed elaborazione narrativa
di Alessia Delisi
02
01
01. Per cinque
mesi, dal 2 aprile
al 12 settembre, la
Triennale diventerà
l’epicentro di una
serie di manifestazioni
multidisciplinari che
coinvolgeranno tutta
la città di Milano fino
a Monza, sede delle
prime Esposizioni
Internazionali
38
A partire dagli anni Ottanta si è registrato un aumento progressivo del numero di progettisti nel
mondo. Questa crescita – che ha coinciso con il
moltiplicarsi delle scuole e dei corsi di laurea in
design – ha fatto di quello che era un mestiere
d’élite, riservato a un ristretto numero di adepti,
una tra le più diffuse professioni a livello globale, che conta oggi centinaia di migliaia di esperti. A ciò si aggiungono lo sviluppo di un mercato
globale e il carattere sempre più trasversale della
progettazione, dovuto all’indebolimento dei confini disciplinari tra design, architettura, paesaggio,
comunicazione e arti visive. Questo nuovo scenario pone molti interrogativi: che cosa significa progettare oggi? Qual è il futuro del design? A queste
e a molte altre domande cercherà di rispondere
la XXI Esposizione Internazionale della Triennale di Milano, patrocinata dal Bureau International
des Expositions, che dal 2 aprile al 12 settembre
tornerà, dopo una pausa di vent’anni, ad animare
il capoluogo meneghino con mostre, spettacoli,
convegni e attività di formazione. Oltre al Palazzo
dell’Arte, sede della Triennale, le location coinvol-
te saranno circa una ventina: dalla Fabbrica del
Vapore all’HangarBicocca, dal Palazzo della Permanente al Museo Diocesano, dallo Spazio Oberdan alla Villa Reale di Monza. E ancora: i Campus
del Politecnico, la IULM, il MUDEC, il Museo
della Scienza e della Tecnologia, BASE Milano,
l’Area EXPO, l’Università degli Studi, l’Accademia di Belle Arti di Brera, il Triennale ExpoGate
e altre ancora. Il titolo dell’Esposizione – Design
After Design – chiama in causa il significato della
parola design, ovvero progetto, che in latino vuol
dire “gettare avanti” e, in questo senso, proiettarsi
nel futuro. Che tipo di progettualità è in grado di
aprirsi un varco nel nuovo millennio, a dispetto,
anche, delle condizioni politiche, economiche, sociali e culturali che hanno invece caratterizzato il
secolo scorso? Attraverso una serie di mostre tematiche, ogni location cercherà di offrire un punto
di vista inedito sulla questione. L’obiettivo di ciascuna rassegna non è quello di porsi come istanza risolutiva del problema: si tratterà piuttosto di
rappresentare, mettendola in scena, una realtà sconosciuta. Per questo la curatela delle mostre è af-
fidata a una pluralità di voci differenti: se Andrea
Branzi e Kenya Hara percorrono in Neo Preistoria
– 100 Verbi il lungo cammino che dagli strumenti dell’antica preistoria conduce alle attuali frontiere della ricerca scientifica, volta a estendere la
sopravvivenza umana attraverso la produzione di
pezzi di ricambio del nostro stesso organismo, in
W. Women in Italian Design Silvana Annicchiarico
cerca di tracciare una storia del design italiano al
femminile, ricostruendo figure, teorie e attitudini
progettuali che sono state emarginate nel Novecento e che si sono invece affermate nel XXI secolo. Le responsabilità dell’architettura all’alba del
XXI secolo sono uno dei temi centrali dell’Esposizione e ritornano in Architecture as Art, allestita
presso l’HangarBicocca, e negli spazi del MUDEC,
con la mostra Sempering, che pone l’accento sulla
necessità di una continua revisione del rapporto
tra mezzi e fini, metodi e forme. Le grandi trasformazioni che hanno investito il nostro pianeta
proiettano il design nel futuro, ma questa proiezione non può prescindere dall’eredità culturale
di cui il passato è portatore. Per questo sia New
Craft, il progetto che Stefano Micelli presenta alla
Fabbrica del Vapore, che Brilliant! I futuri del gioiello italiano, a cura di Alba Cappellieri, vogliono
rendere visibile l’incontro tra manifattura d’eccellenza e innovazione tecnologica. L’impossibilità di
trovare nella città il luogo del proprio radicamento
originario e i nuovi scenari che questa mancanza
prospetta sono invece al centro di City After the
City, una serie di esibizioni allestite nei due padiglioni dell’area EXPO, mentre la tensione tra la
perfezione cui il nostro pensiero aspira e l’imperfezione del mondo fisico nel quale viviamo permea la mostra disegnata da Riccardo Blumer negli
spazi del Palazzo della Permanente. Da queste e
da molte altre mostre, la XXI Esposizione emerge
come una costruzione complessa ma fragile, perché, come ha affermato il sociologo francese Abraham Moles, l’unica previsione che ha ragionevoli
probabilità di successo è che le nostre previsioni
risulteranno errate. Del resto, il modello stesso
delle esposizioni internazionali nasce dal desiderio
assurdo e inebriante di concentrare in un unico
luogo gli infiniti mondi dell’arte e del design.
02. Le nuove
responsabilità
dell’architettura nel
XXI secolo sono il
tema di Architecture
as Art, mostra curata
da Nina Bassoli e
allestita negli spazi
dell’HangarBicocca
39
BESPOKE
ADVERTORIAL
Equilibrio indimenticabile
Apre la nuova Wellness&Medical SPA di Relais San Maurizio: un luogo dedicato a ogni ambito del benessere,
dove oggi grazie al supporto della scienza medica riesce ancora meglio a farci riscoprire il nostro equilibrio
interiore, troppo spesso dimenticato
Chi decide di intraprendere un percorso di rigenerazione è fondamentale che
non si senta escluso o estraniato da un
momento appagante. Studi psicologici
dimostrano che il luogo, in particolare
l’orizzonte di una location in cui si permane, può stimolare in maniera molto
diversa il nostro modo di affrontare le
giornate: gli orizzonti collinari movimentati risultano tra i più terapeutici e
stimolanti.
Il desiderio di rigenerazione nasce innanzitutto dalla volontà di cambiare
e migliorare se stessi. I percorsi detox
della Welness&Medical SPA (dai 5 a
10 giorni) uniscono al regime alimentare mirato alla purificazione soggiorni
in un contesto straordinario immerso
nella natura; la stessa natura dalla quale nascono gli ingredienti delle ricette
40
presenti nel programma alimentare
personalizzato per ciascun ospite.
Gli obiettivi si conseguono anche grazie ad un attento programma di trattamenti estetici e medicali all’interno
della SPA e comprensivo di visite mediche consigliate dal Direttore Scientifico
specializzato in idroterapia, posturologia, medicina termale e medicina estetica, coadiuvanti il percorso detossinante e fondamentali per una sensazione di
benessere totale.
Vivere un’esperienza di benessere davvero globale è possibile solo partendo
dal presupposto che all’ospite vanno
offerte competenze multidisciplinari.
La nuova Area Medical della SPA propone infatti una gestione dei percorsi
benessere che non è settoriale o limitata ad un solo aspetto del multiforme
mondo wellness.
Tutto questo in un contesto incantato,
sentendosi parte integrante della natura circostante e coccolati da un servizio
impeccabile ma familiare. La scienza è
fondamentale ma ci vuole un luogo indimenticabile.
Per chi preferisce regalarsi una giornata
di totale benessere, Relais San Maurizio
propone SPA&YOGA Day con transfer
privato da Milano in partenza da Largo
Augusto e inclusivo di accesso all’area
SPA del relais, percorso talassoterapico
nelle grotte del sale e lezione di Yoga
in tarda mattinata e pranzo con menu
degustazione presso il Truffle Bistrot (a
partire da 210 Euro a persona per un
gruppo di quattro amici).
Se un tempo sinonimo di qualità era la dicitura “fatto a mano”, oggi anche a ciò che viene
realizzato con il contributo della tecnologia viene riconosciuto valore: l’importante è che
si tratti di qualcosa di unico, o comunque personale. Così nella moda, nel design e nel
turismo crescono servizi per la “customizzazione” degli oggetti con l’obiettivo di soddisfare
il benessere individuale di ciascuno. D’altronde ogni corpo e ogni mente sono unici
www.relaissanmaurizio.it
illustrazione di Virassamy
FATTO A PENNELLO
41
BESPOKE
BESPOKE
UNICO, IN OGNI DETTAGLIO
Il “fatto su misura” non perde mai fascino e continua a essere sinonimo
di esclusività. Che si tratti di beni o servizi, anche in un mondo sempre
più orientato alla tecnologia la personalizzazione è ricercata da persone
di tutte le età
di Enrico S. Benincasa
occhiali per ogni viso
Sfruttando la tecnologia 3D e uno
speciale algoritmo sviluppato dai
suoi tecnici, il brand eyewear Mykita ha realizzato un servizio tailor
made che disegna letteralmente
l’occhiale sul viso della persona,
rispettando nei minimi dettagli la
sua topografia facciale e permettendogli di scegliere tra tantissime
possibilità di personalizzazione. My
Very Own, questo il nome del servizio, mette insieme il meglio della
tecnologia di oggi con la qualità di
un prodotto fatto a mano.
www.myveryown.com
01
01. Un sarto prende le
misure a un cliente in
uno degli showroom di
Lanieri
42
Uno dei risvolti più curiosi dei processi di globalizzazione in atto da vent’anni a questa parte è
quello di aver provocato la riscoperta del “fatto su
misura”. Non si tratta di un desiderio certo nuovo,
è sinonimo di distinzione da sempre e generalmente legato alle fasce più abbienti della società.
Forse si era un po’ “appannato” con l’innamoramento generale per beni figli della produzione in
serie, divenuti status symbol perché facilmente riconoscibili. Oggi la richiesta di personalizzazione
di oggetti (ma non solo) è un anticorpo alla standardizzazione su larga scala e riguarda un pubblico sì di nicchia, ma sempre più variegato ed eterogeneo. Non è un caso che siano entrate nel nostro
uso comune espressioni anglofone come bespoke,
custom – da cui abbiamo derivato anche un verbo orribile come “customizzare” – e tailor-made,
ovvero realizzato in maniera sartoriale, a regola
d’arte, quasi sempre con una forte componente
artigianale, se non addirittura fatto a mano. Difficile trovare qualcosa più “su misura” di un abito
creato dal sarto e, pienamente in accordo con la
tendenza attuale, l’intero settore sta vivendo un
momento molto positivo soprattutto in campo
maschile. In Italia abbiamo delle eccellenze come
Brioni, Kiton e la scuola sartoriale napoletana, ma
anche in Inghilterra c’è una tradizione importante
“concentrata” in una strada di Londra, la celebre
Savile Row, dove hanno sede, tra gli altri, Kilgour
e Gieves & Hawkes. Negli ultimi tempi la sartoria
è sbarcata su Internet grazie a due progetti di casa
nostra: Lanieri, ideato da Simone Maggi e Riccardo Schiavotto, e Sartieri, “creatura” del giovane
imprenditore pugliese Oscar Santi. Grazie ad alcuni tutorial si prendono facilmente le misure da
casa e si decide come realizzare l’abito, scegliendo su queste piattaforme tra decine e decine di
combinazioni possibili. Attenzione, il “su misura”
sartoriale non è solo prerogativa di realtà mediopiccole: anche brand come Hackett e Levi’s hanno deciso di attivare il loro tailor shop, venendo
così incontro ai loro clienti più esigenti. Esempi
02
del genere li troviamo anche per borse, valigie e
accessori. La componente artigianale, però, è parte fondamentale della personalizzazione anche
quando si tratta di mezzi di trasporto. Le forme
vintage delle moto anni Settanta/Ottanta sono
tornate prepotentemente alla ribalta, tanto che
diversi costruttori si ispirano proprio a quelle linee per i loro nuovi modelli. Sono molte, però, le
piccole carrozzerie (come TpR) che si cimentano
nel dare nuova vita a mezzi con qualche anno sulle spalle o a crearne di nuovi, assemblandoli su
vecchi telai utilizzando materiali di qualità. Una
tendenza che inizia anche a farsi strada sulle quattro ruote: la milanesissima Carrozzeria Castagna
ha fatto la storia di questo settore e molto ci si
aspetta anche dal nuovo progetto Garage Italia
Customs di Lapo Elkann, che dovrebbe debuttare
a breve. E anche quando il motore non c’è, la voglia di avere un pezzo unico tra le mani è sempre
la stessa: la bici personalizzata non è più solo una
prerogativa di ciclisti amatori o degli amanti delle
scatto fisso. E se estendiamo il discorso a un’altra
passione di molti, la musica, troviamo tantissimi
esempi: farsi costruire il proprio strumento da un
liutaio, come una chitarra elettrica, è un regalo
che qualsiasi musicista vorrebbe farsi. Non sono
però solo gli oggetti a essere su misura, anche i
servizi sono sempre più tailored sulle nostre esigenze. E anche qui viene in aiuto l’inglese, con
un aggettivo simile a quello italiano, personal, che
oramai precede il ruolo di tanti professionisti di
cui ci avvaliamo. In palestra abbiamo il personal
trainer, per gli acquisti ci facciamo accompagnare
dal personal shopper e per riuscire nei nostri obiettivi professionali ci confrontiamo con il personal
coach. Anche quando usufruiamo di servizi standardizzati, come per esempio quelli che offre una
banca, la stessa ci mette a disposizione un personal
banker, figura a cui si dà sempre più risalto nella
comunicazione e nelle pubblicità. Si cerca sempre più un rapporto alla pari, che funziona anche quando è mediato dalla tecnologia attraverso
computer e smartphone. La personalizzazione,
soprattutto in questi casi, non può prescindere da
fiducia e professionalità. Come dal sarto, ci affidiamo a qualcuno che, dopo averci preso le “misure”,
ci disegna perfettamente un servizio sulle nostre
necessità e ci aspettiamo ovviamente un ritorno
dove l’alta qualità è l’unica cosa che vogliamo sia
uno standard.
02. Alcune delle
creazioni della TpR,
carrozzeria milanese
che realizza moto
uniche spesso basate
sulla Bonneville di
Triumph
43
BESPOKE
BESPOKE
Su misura
L’artigianato torna a caratterizzare
il prodotto di un’industria sempre
più orientata ai desideri del cliente
Madina Visconti di Modrone - Ali
Realizzata a mano con la tecnica della fusione a cera
persa, la nuova collezione di orecchini di Madina
Visconti di Modrone si ispira al mondo naturale
www.osannavisconti.it
COME VI PIACE
Sempre più spesso cerchiamo storia e cultura nei prodotti che
acquistiamo: per questo l’artigianato e il mondo delle creazioni
su misura, restituendo valore alla dimensione materiale,
rappresentano la nuova frontiera del consumo
Scatto Italiano - Bespoke Bike
Giuseppe Gurrado e Pietro Nicola Coletta sono due giovani
di Alessia Delisi
designer che hanno trasformato in realtà la loro passione per le
biciclette artigianali classiche e a scatto fisso, creando un marchio
Priva di moduli
standard o metrature
minime, Milano è la
collezione di carte da
parati che l’architetto
Pietro Gaeta ha
realizzato per N.O.W.
Edizioni ispirandosi
all’indiscussa capitale
della moda e del design
italiani
44
In principio era il laboratorio, un luogo antico,
depositario di tradizioni centenarie che poco concedevano all’alternarsi delle mode. Qui artigiani
operosi realizzavano oggetti unici e inimitabili,
frutto dell’incontro tra il gusto del cliente, la qualità dei materiali e la cura meticolosa di ogni dettaglio. Oggi, alle prese con stili di vita sempre più
concitati, scanditi da molteplici impegni e continue sollecitazioni, trovare il tempo per concedersi
un’esperienza come questa è un autentico lusso:
il mondo delle creazioni su misura non potrebbe
essere più lontano dai ritmi frenetici dell’era moderna, ulteriormente accelerati negli ultimi anni
dal progresso tecnologico. Eppure, in una società
globale, dominata dalla produzione in serie, l’artigianato rappresenta un ingrediente essenziale non
solo di qualità, ma anche di innovazione. A raccontare oggi i molti modi in cui è possibile declinare
al futuro un’eredità del Made in Italy di successo
c’è senz’altro il progetto di Maxalto Atelier, coordinato da Antonio Citterio per B&B Italia: sintesi
tra esperienza artigianale e produzione industriale, tra intuizione creativa e attenzione al mercato,
Maxalto Atelier permette di personalizzare, sia
nelle dimensioni sia nelle finiture, la maggior parte
dei prodotti in catalogo, rendendo ogni pezzo un
vero e proprio oggetto “sartoriale”, ideato e realizzato per il cliente esattamente come in un laboratorio. Tra le novità presentate al Salone del Mobile
il marchio Matteo Thun Milano il cui intento è
creare una collezione di arredi e complementi interamente fatti a mano da artigiani italiani. Il 12
aprile sarà inoltre lanciata una piattaforma digitale che permetterà di personalizzare tutti i pezzi
del marchio. Ancora ad aprile, in occasione della
Design Week milanese, l’architetto Massimiliano
Locatelli inaugurerà – al 12 di corso di Porta Vigentina – Untitled Townhouse, lo spazio espositivo del brand da lui fondato: ad alternarsi una serie
di oggetti dalle infinite declinazioni, pensati per
essere accostati ai diversi elementi della propria
casa. La possibilità di creare pezzi unici caratterizza il lavoro di Scatto Italiano, nuovo marchio di
eleganti biciclette dal tocco vintage e, nel campo
dell’abbigliamento, quello di Corneliani che, attraverso il servizio Su Misura, realizza abiti pensati espressamente per il cliente alla ricerca di una
esperienza al tempo stesso esclusiva e gratificante.
attento alla qualità, allo stile e all’unicità
www.scattoitaliano.it
Corneliani - Su Misura
È una combinazione unica di materiali e lavorazioni quella
che permette al marchio Corneliani di creare un abito capace
di valorizzare la personalità di chi lo indossa
www.corneliani.com
Segno Italiano - I Vetri Verdi di Empoli
Riscoprendo la secolare tradizione dell’industria
vetraria toscana, Segno Italiano propone una
collezione di brocche, fiaschi, bicchieri e bottiglie
realizzabile su misura su richiesta del cliente
Massimiliano Locatelli - Untitled Homeware
www.segnoitaliano.it
Tavolo in vetro le cui gambe sono composte da un nastro in
ottone. I diversi moduli possono essere accostati per creare
differenti composizioni
www.untitledhomeware.com
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STYLE
STYLE
Rain coat
Per non farsi cogliere impreparati dalle
fastidiose pioggerelle primaverili
corfidio
Cravatta in pura seta cucita a mano
prodotta interamente in Italia
Herno
Esemplare
Sealup
Impermeabile tagliato al laser con cuciture saldate
Impermeabile in tessuto tecnico con profili interni
Impermeabile slim fit in lana mohair
www.herno.it
www.esemplare.it
www.sealup.it
Alessandro Dell’Acqua
C.P. Company
K-way
Impermeabile foderato dal taglio classico
Impermeabile in nylon rifrangente tinto in capo
Impermeabile in cotone traspirante e antivento
www.veanfashion.it
store.cpcompany.com
www.k-way.com
Hackett London
Paul Smith Jeans
Traditional Weatherwear
Impermeabile pieghevole in una tasca interna
Impermeabile in twill di cotone trattato anti goccia
Impermeabile in cotone dal taglio classico
www.hackett.com
www.paulsmith.co.uk
www.tww-uk.com
serapian
Ventiquattrore in vitello bicolore
con tracolla staccabile
berwich
Chinos in lana e lino mano crêpe
ARCHI-SILHOUETTES
fratelli rossetti
Mocassino in vitello con fascetta
È l’architettura di Le Corbusier a ispirare la collezione
primavera estate di Berluti. Le linee e la palette di colori
fanno riferimento al progetto della città di Chandigarh,
un’oasi di pace e rigore modernista nel nord dell’India
di Luigi Bruzzone
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47
STYLE
STYLE
in mezzo ai libri
È stata scelta la zona del quadrilatero per il primo monomarca
Campomaggi, aperto a febbraio
in via Della Spiga 5. Lo spazio,
progettato dall’architetto cesenate
Pier Nicola Currà, è caratterizzato
da un allestimento in cui l’elemento
centrale è il libro, con espositori
ispirati agli antichi leggii della biblioteca Malatestiana di Cesena.
MARCO CAMPOMAGGI
QUALITÀ E COERENZA
Forte di una crescita del 15% nell’ultimo anno, Campomaggi &
Caterina Lucchi Spa, azienda a cui fanno capo gli omonimi brand
e il marchio Gabs Franco Gabbrielli, ha da poco inaugurato il primo
monomarca Campomaggi in via Della Spiga a Milano. Il fondatore
racconta come è nata questa scelta e la sua filosofia imprenditoriale
ed estetica
di Giuliano Deidda
Hai iniziato a realizzare borse quasi
per gioco, mentre frequentavi le scuole
superiori. Cosa è cambiato da allora?
All’epoca pensavo che fosse un modo
divertente per guadagnare dei soldi
extra. Non avendo nessuna esperienza,
ho sperimentato da solo con la manualità. Le vendevo ad amici, ma anche
sui marciapiedi, a Cesenatico, in stile
hippie. Utilizzavo il cuoio, che oggi
tratto diversamente, in maniera molto
più evoluta. Quello che oggi è rimasto
uguale è la materia prima. Lavoro solo
con vacchetta naturale di Santa Croce Sull’Arno, tinta in capo al vegetale.
Quando ho cominciato mettevo le pelli
al sole per ottenere l’effetto “vissuto”.
Avendo esordito in questo modo, ho
sempre fatto cose che mi piacevano,
senza essere influenzato dalle mode. Le
mie borse devono piacere a me, del resto sono i risultati che contano.
Qual è il tuo pubblico di riferimento?
È cambiato nel corso degli anni?
Campomaggi ha un pubblico che si è
definito nel tempo. Si tratta di persone che tendono a piacersi, prima che
a piacere. Hanno la possibilità di scegliere, liberi da vincoli pubblicitari, per
cui sono alla ricerca di prodotti veri, indipendentemente dalle griffe. Sono in
grado di capire che il tempo non toglie,
ma anzi dà un senso all’acquisto di una
mia borsa, al contrario di proposte più
legate alla moda.
48
L’artigianalità è l’aspetto fondamentale delle tue proposte, assieme a uno
stile molto riconoscibile. I due fattori rendono le tue borse uniche, mai
uguali. Hai mai pensato, per esempio,
di ampliare l’offerta con un servizio
made to order?
In questo momento non ci sarebbe la
possibilità ma allo stesso tempo, non
credo sia necessario. Una delle esternazioni più frequenti dei miei clienti è
«finalmente, da tantissimo cercavo una
borsa così». In questo modo è un po’
come se me l’avessero commissionata
loro stessi.
Il marchio gode di una consistente diffusione anche all’estero. Ci sono differenze tra i pubblici dei diversi Paesi in
cui siete presenti?
Più che delle differenze direi che in generale Campomaggi piace molto dove
viene apprezzata la materia prima. In
Europa siamo molto forti in Germania
e nei Paesi del Nord, dove la qualità,
risultato di una filiera al 100% italiana,
ha un valore. Vale lo stesso discorso per
gli Stati Uniti, mercato nel quale investiremo ancora di più.
Parliamo della collezione autunno inverno 2016, appena presentata.
Le nostre collezioni sono sviluppate
come un continuum, al quale ogni stagione si aggiungono nuovi temi. Questa volta abbiamo inserito un nuovo
materiale, una microfibra di ottima
qualità, abbinata al cuoio e tinta in
capo, per realizzare borse leggere e
resistenti. Non mancano le proposte
rock, decorate con borchie costruite da
noi, non acquistate da esterni. L’evoluzione continua sul fronte della ricerca
e dei lavaggi realizzati con una mescola
naturale, messa a punto internamente.
Hai appena aperto il primo monomarca in via Della Spiga a Milano.
Quant’è importante la scelta della
giusta location per un marchio come
Campomaggi?
Abbiamo scelto il quadrilatero perché
rispecchia la distribuzione di alto livello che già abbiamo. I nostri prodotti
rientrano nella categoria del lusso accessibile, per cui c’era bisogno di una
location che li valorizzasse. I risultati
dell’operazione sono stati strabilianti
già nella prima settimana di apertura.
La via, del resto, è frequentata da stranieri e operatori del settore, perché Milano è ancora un punto di riferimento
nella moda.
Quali saranno i prossimi passi?
Essendo impegnata su tre marchi, la
nostra azienda è in continuo divenire:
riusciamo a seguire i diversi progetti in
modo coerente, con tre diversi gruppi di lavoro che condividono la filiera
produttiva. Quest’anno programmeremo investimenti importanti negli Stati
Uniti e in Giappone. Il progetto è aprire una filiale in ognuno dei due Paesi.
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HI TECH
HI TECH
In House Music
Pochi mezzi e tanta creatività
per registrare e riprodurre hit
Neat - Widget
I microfoni con capsula a condensatore e filtro
antipop della serie Widget sono perfetti per
podcasting, Skype, voce fuori campo, registrazione
di strumenti e molto altro ancora
neatmic.com
KRK Systems - KNS8400
Le nuove cuffie nascono per
equipaggiare lo studio di registrazione
QUANDO LA MUSICA È FAI-DA-TECH
domestico. Sono robuste, fedeli,
affidabili. Il suono è cristallino e le
distorsioni sono ridotte al minimo
La tecnologia aiuta la musica oggi più che mai: che siano rock o elettroniche, ecco alcuni
device per creare tracce da condividere con l’intero web senza uscire dalla propria camera
www.krksys.com
di Paolo Crespi
Meno manopole e
cursori, più interfacce
grafiche. Se lo studio
di registrazione è in
camera o in salotto,
anche la tecnologia è
salvaspazio
50
È uno dei fenomeni del nostro tempo. La musica,
oggi, la si può produrre e “pubblicare” con grande divertimento e poca spesa tra le mura di casa,
senza ricorrere a costosi studi di registrazione. Basta avere talento, sapere suonare uno strumento
(analogico o digitale), magari cantare, o almeno
programmare con gusto utilizzando un software
di creazione stile GarageBand. E poi dotarsi di
pochi accessori indispensabili, oltre al proprio
computer, o al limite lo smartphone, per avere accesso a una platea globale grazie alle piattaforme
di condivisione video che si nutrono di UGC, gli
User Generated Content, ovvero i contenuti autoprodotti dagli utenti più attivi. Che quei medesimi contenuti, o altri simili ma più professionali,
consumano quotidianamente sugli stessi media.
Disponendo in genere di poco spazio, salvo abitazioni con autorimesse o taverne trasformate
in sala prove, il musicista hi-tech che si muove
in ambito domestico tenderà a economizzare su
tutto e non solo in termini di spesa: una buona
scheda audio, un microfono USB che si interfacci
direttamente con il portatile per cantare e fare cover da postare subito su YouTube, un programma
per post-produrre audio (ottimo Sonar di Cakewalk) e video, insieme o separatamente, una webcam o qualcosa di più evoluto per documentare il
tutto. E pure qualche gadget da sfoderare anche
“on stage” o durante una festa tra amici, come la
chitarra che si accorda da sola o la console di marca per aspiranti DJ.
Ma anche l’occhio vuole la sua parte e molti di
questi strumenti devono poter convivere pacificamente con l’arredamento di appartamenti spesso
già stracolmi di mobili, oggetti ed effetti personali: di conseguenza il look ha un ruolo determinante nella scelta dei nostri “compagni di strada”.
Microfoni disegnati con estrema cura, cuffie belle
da vedere oltre che ergonomiche e performanti
all’ascolto, schede e console che sembrano uscite
dalla settimana del design… E via collezionando.
Un pezzo oggi, un altro domani, pensando forse a
una musica che, visti i tempi, è originale soprattutto nella confezione, nei remix e nei mashup.
Ibrida, contaminata, sincretica, tipica dello stile di
vita metropolitano. Con un orecchio all’ispirazione e uno ai clic. Quelli dei “mi piace” sui nostri
social di riferimento.
Pioneer Dj 1 - WeGo3
Una consolle semplice e completa per avvicinare i neofiti all’arte del djing:
permette di mixare milioni di tracce archiviate ovunque. La grafica a LED ci
guida nelle live perfomance
www.pioneer.it
Epiphone - FT-350SCE
È la prima chitarra acustica/elettrica con sistema
di accordatura automatico Min-ETun. Utilissimo
Tascam - US4X4
quando si è “scordati”, ma anche per passare
L’interfaccia audio MIDI/USB è ideale per creare musica, in
istantaneamente a un’altra accordatura
particolare da parte degli utenti alle prime armi. Il design
www.ephiphone.com
accattivante è studiato per l’utilizzo desktop
www.tascam.com
51
WHEELS
ADVERTORIAL
Porsche: un anno a colori
Il 2015 si è chiuso con ottimi risultati – con la vendita di mille vetture, fra nuove e usate – il 2016 promette di
fare altrettanto e nei Centri Porsche di Milano si respira aria di novità. Ne abbiamo parlato con Luigi de Vita
Tucci, direttore generale della filiale milanese della prestigiosa casa tedesca
indirizzo
Centro Porsche Milano Nord
via Stephenson 53 - Milano
Centro Porsche Milano Est
via Rubattino 94 - Milano
Luigi de Vita Tucci, direttore generale dei Centri Porsche Milano Nord e Milano Est
Si dice che nei momenti di ripresa si
abbia voglia di tornare a usare colori vivaci: lo si fa nell’arredamento, nell’abbigliamento e anche nel mondo delle
automobili. E così a casa Porsche le
tradizionali varietà di blu, grigio e nero
lasciano spazio a nuove tinte sgargianti che vanno dall’arancione lava al blu
Miami, riprendendo una tendenza degli anni Settanta, quando sulle nostre
strade sfrecciavano bolidi colorati, che
avevano voglia di farsi notare oltre che
per il rombo del loro motore, anche per
la loro sfacciata unicità. Abbiamo incontrato Luigi de Vita Tucci, direttore
generale dei Centri Porsche di Milano,
che ci ha parlato del nuovo clima che
si respira e di tutte le novità dell’anno
appena iniziato.
Le scale cromatiche non mentono: gli
amanti delle sportive tornano ad avere voglia di osare…
Sì, c’è un forte ritorno al colore e un
grande desiderio di personalizzare. Porsche asseconda queste volontà e propone, oltre alle colorazioni di serie, 198
tinte fuori listino. Nel Centro Porsche
Milano Nord inoltre proponiamo ai
52
nostri clienti un programma Exclusive volto a realizzare automobili tailor
made, dove ogni dettaglio segue i desideri del cliente: dalla scelta dei materiali e delle colorazioni, sino alla personalizzazione della seduta e del battitacco
con la firma o il nome del guidatore.
Queste tendenze iniziavano a farsi
strada già nel 2015, come si è chiuso
l’anno?
Il 2015 è stato molto positivo sia dal
punto di vista commerciale, con la vendita di circa 1.000 vetture, 600 nuove e
400 usate, sia per quanto riguarda il legame con la città di Milano. Rispetto al
2014 abbiamo anche rafforzato lo staff
vendite passando da 6 a 10 venditori,
siamo molto soddisfatti.
Qual è il rapporto fra Porsche e i milanesi?
È sicuramente un grande amore: Milano e la Lombardia rappresentano il
primo mercato italiano sia per gli appassionati delle current series sia per le
classic.
Il Centro Porsche Milano Est dall’anno scorso è diventato il primo Porsche
Partner Classic in Italia. Questo cosa
comporta?
Ne siamo orgogliosi, siamo il primo nel
Paese e il nono nel mondo. Significa essere una concessionaria dedicata al restauro e alla manutenzione di vetture
classic, con meccanici che seguono corsi fatti appositamente dalla casa madre,
oltre che offrire un servizio di vendita,
ricerca e acquisto di queste vetture per
i nostri clienti.
Quali sono le altre novità in programma?
Sulla scia dell’esperienza avviata lo
scorso anno, continueremo a proporre
eventi in temporary space nel cuore di
Milano. A gennaio siamo stati allo Swiss
Corner con la nuova 911, a febbraio da
Corneliani, a maggio torneremo allo
Swiss Corner per una settimana con la
nuova Boxster, mentre in autunno lanceremo due nuovi prodotti. Ci piace incontrare gli amanti di Porsche nei luoghi che frequentano quotidianamente.
Come immagina l’auto del futuro?
Per Porsche l’auto del futuro è elettrica.
Il Comitato di Sorveglianza di Porsche
AG ha ufficializzato il progetto E e intorno al 2020 Porsche presenterà una
vettura totalmente elettrica. L’azienda
avrebbe potuto anticipare la data, ma
ha scelto di aspettare per offrire ai propri clienti una proposta che ne soddisfi al 100% le esigenze, che sia quindi
in grado di arrivare da 0 a 100 km/h
sempre nello stesso tempo, senza modificare le performance in base al livello
di carica della batteria, che possa avere
una percorrenza superiore ai 500 km
con una sola carica e che possa ricaricarsi in tempi molto brevi.
www.milano.it.porsche.com
CENTO SCATTI SUL MITO
Ayrton Senna torna all’Autodromo Nazionale di Monza con
“L’ultima notte”. Una mostra inedita che punta a far scoprire – dai
successi in pista, alle sconfitte personali – la storia del suo talento
di Ilaria Salzano
Video, ricordi, tute e caschi, cimeli come i kart
d’epoca dell’inizio carriera. Ma non solo. Per ripercorrere gli anni di Senna in Formula 1, dedicati
quasi esclusivamente alla sua passione più grande,
è servito unire la penna di Giorgio Terruzzi, già
“studioso” e narratore del suo talento, alle fotografie di Ercole Colombo, testimone di oltre 600
Gran Premi, capace attraverso le immagini di cogliere l’animo del pilota oltre alle performance in
pista.
L’ultima notte non vuole dare il saluto finale a Senna, ma quasi inevitabilmente la mostra parte proprio dalle sue ultime ore di vita, lì dove il rapporto
degli appassionati con l’idolo si è interrotto: nel
weekend più cruento della storia automobilistica
moderna – Barrichello veniva ferito da un impatto
devastante e il giovane Ratzenberger perdeva la
vita – Ayrton Senna gareggiava all’Autodromo di
Imola per l’ultima volta: era il primo maggio del
1994. Alle 18.40 il medico ne dichiarava la morte
cerebrale. E tutto accadeva così velocemente che
il mondo non riuscì a realizzare l’accaduto, se non
con il passare delle ore nella famosa Suite 202
dell’Hotel Castello, vicino al circuito. Nell’ultima
notte, appunto.
Solo un lungo e controverso processo fissò defini-
tivamente la causa dell’incidente nella rottura del
piantone dello sterzo. Ma la storia, quella dell’animo e del mito, per anni una sfida inenarrabile, solo
oggi prova ad avere un esito completo. Testimoniata da immagini che lo vedono ritratto dal podio
alla pista, fino ai più momenti più intimi, si va alla
scoperta degli attimi precedenti alla conquista dei
tre mondiali, del rapporto con Alain Prost, ma anche delle sue radici, delle difficoltà a intrattenere
una vita sentimentale per una dedizione al lavoro
rigorosa. Un talento fuori dall’ordinario, alimentato da ferocia agonistica assoluta. E poi una personalità esposta tanto agli amici quanto ai nemici.
«Molti a pochi metri dall’accaduto faticarono ad
accettare quella realtà – commenta il curatore
Giorgio Terruzzi – una fatica che perdura e che
coinvolge un numero di persone enorme non
necessariamente appassionate di automobilismo.
Anche per questo Ayrton è rimasto in circolazione, è ancora qui, basta una foto, appunto, per spalancare un tempo». L’ultima parete del museo non
a caso è stata lasciata libera, dedicata a chiunque
l’abbia sempre supportato, che a fine giro voglia
trascrivere un’emozione, un pensiero. Senza rimanere di nuovo con l’amaro in bocca di un saluto
mancato.
Le fotografie della
mostra sono di Ercole
Colombo, uno dei più
grandi fotografi di corse.
Raccontano la carriera
del pilota morto a Imola
nel 1994 durante il GP
di San Marino
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DESIGN
DESIGN
Storia parallela
Cinque oggetti iconici per raccontare
il meglio della nostra storia industriale
Gufram - Nordic Pratone
La dissacrante seduta prodotta da Gufram
quest’anno sarà presentata per il cinquantesimo
anniversario, nella speciale versione color bianco
www.gufram.it
SALONE STORY
Anche quest’anno sta per arrivare il momento per Milano di vestirsi a festa e
accogliere a braccia aperte il meglio del design internazionale. Scopriamo il Salone
del Mobile con un breve viaggio nella sua storia
Pedrali - Frida Chair
Progettata nel 2008 da Odoardo Fioravanti, Frida
di Davide Rota
non è solo una sedia, ma un punto di riferimento
nella lavorazione del legno
www.pedrali.it
Uno scatto fugace
dello stand Driade
durante l’ultima
edizione del Salone del
Mobile di Milano. Sulla
destra dell’immagine,
la poltrona Nemo di
Driade
54
Puntuale come la pioggia primaverile, sta arrivando uno dei momenti più attesi – e forse il più
temuto – dagli addetti ai lavori: sta per iniziare
la kermesse del Salone del Mobile e relativo fuorisalone. Un evento ormai non più trascurabile
da tutti coloro che avranno la fortuna di trovarsi
nei paraggi di uno dei quartieri coinvolti: Brera,
San Gregorio, Lambrate, Tortona… E tante altre
zone della città per una settimana diventeranno
il centro del mondo con mostre, approfondimenti
ed eventi di ogni genere, che vedranno al centro
le opere di designer e progettisti provenienti da
ogni angolo del globo. Ma come essere preparati a tutto questo? Ammesso che esista veramente
un modo per esserlo, vi proponiamo cinque tappe
fondamentali della storia del Salone.
Il 1961 è l’anno di fondazione del Comitato Promotore del Salone del Mobile Italiano e l’anno
in cui si svolge la prima edizione all’interno della vecchia Fiera Campionaria di Milano. L’evento
nasce per aiutare l’export nazionale nel periodo
della ricostruzione e per cercare di coinvolgere i
produttori in un tentativo d’aiuto all’industria italiana. Nel 1965, l’anno della grande svolta, alcune
tra le più grandi aziende del Paese si riuniscono in
un solo padiglione, unificando la tipologia espositiva e dando per la prima volta la giusta importanza all’allestimento degli stand. Nello stesso anno
il neonato evento trova spazio all’interno delle
pagine della mitica rivista “Domus” e viene organizzato il primo evento collaterale che coinvolge
la città di Milano. Di pari passo con la storia d’Italia, il 1968 entra di diritto nei momenti salienti
della kermesse milanese ed è riconosciuto come
il vero e proprio anno del boom per il Salone del
Mobile, che si conferma come “l’uomo da battere” della scena mondiale del design. La crescente
fama attira negli anni a venire sempre più persone dall’estero e per sfruttare al meglio tutte queste presenze viene inaugurata nel 1974 la prima
edizione della biennale Eurocucina, che a seguire
negli anni successivi, darà vita al SaloneUfficio,
al Salone Internazionale del Bagno e nel 1998 al
SaloneSatellite, l’evento dedicato al meglio dello
“young design”, che si sta sempre più affermando
come un trampolino di lancio per studenti e giovani designer. Insomma, per dirlo con le semplici
parole del designer Michele De Lucchi intervistato su questo numero (pag. 16): «Il Salone del Mobile è una bellissima invenzione».
Artemide - Tolomeo
Una semplice lampada con base e struttura a bracci mobili in alluminio lucidato
progettata nel 1987 da Michele De Lucchi e Giancarlo Fassina
www.artemide.it
Alessi - Juicy Salef
Gli anni Novanta del design trovano
il loro rappresentante in questo
spremiagrumi pensato da Philippe
Starck per Alessi
www.alessi.it
BBB emmebonacina - Tric
Una sedia pieghevole progettata nel 1965 da Achille e
Piergiacomo Castiglioni. Un must have per gente dai gusti smart
www.bbbitalia.it
55
WEEKEND
WEEKEND
A PASSO DI FLAMENCO
La primavera è il periodo migliore per visitare questa città spagnola che
si anima con feste tradizionali e migliaia di aranci in fiore. Ecco i nostri
suggerimenti per un weekend nel capoluogo andaluso
e se la carmen di bizet
fosse davvero esistita?
Il periodo migliore per visitare Siviglia è tra marzo e aprile: anche se i
prezzi potrebbero triplicare rispetto
al resto dell’anno, le temperature
non sono ancora troppo alte, si respira il profumo dei fiori d’arancio,
ma soprattutto in questi due mesi
si tengono i due appuntamenti più
importanti della città. La Settimana
Santa rispecchia la devozione e il
folclore del popolo sivigliano e 15
giorni dopo la città si trasforma per
la Feria de Abril con carri che sfilano per la città e ballerine di flamenco che danzano nelle vie: un’ottima
sintesi di ciò che è Siviglia.
di Carolina Saporiti - foto di Turespaña
02
sul web
www.spain.info
www.elpinton.com
www.emecatedralhotel.com
www.elrinconcillo.es
01
01. Vista di Plaza de
España che venne
costruita in occasione
dell’Esposizione
Universale del 1929
56
Alcune città colpiscono per la maestosità dei loro
monumenti, altre hanno tesori meno appariscenti,
ma atmosfere incantate in grado di affascinare e
“divertire” turisti e viaggiatori. E poi ci sono città
come Siviglia che sono sia maestose, sia incantate
e vivaci. Chissà se questa sua particolarità si deve
al suo fondatore, Ercole, leggendario figlio di Giove. A ricordare le sue fatiche e il suo importante
ruolo ci pensano una scritta sulla cinta muraria
della città e le due colonne di Alameda de Hércules, detta anche più brevemente Alameda: una
piazza vicina al fiume Guadalquivir e al quartiere
della Macarena.
Qui la sera si può venire a bere un buon bicchiere
di vino o a mangiare in uno dei tanti ristoranti
che si trovano nelle vie attorno alla piazza. Perché parlare di una città partendo dal vino e dal
cibo? Per lo stesso motivo che si diceva all’inizio:
Siviglia rappresenta al meglio il temperamento
dell’Andalusia e una delle usanze più radicate
della città sono proprio le tapas. Si mangia a ogni
ora del giorno e a prezzi piuttosto economici per
i nostri standard. In un locale “ruspante” si può
spendere meno di 10 euro a testa, mentre per una
cena in un ristorante con qualche pretesa in più
il conto non vi farà fare comunque indigestione.
Un esempio? El Pinton è un “tapas & cocktail bar”
dove assaggiare un gazpacho perfetto, ma anche
un’ottima tartare di tonno, il tutto sorseggiando
cocktail preparati dal bartender del locale che vi
chiederà i vostri gusti per proporvi la giusta miscela. Sebbene a tavola si possa trascorrere quasi
un’intera giornata tra pranzi, aperitivi e cene, a un
certo punto bisognerà decidere di alzarsi perché
Siviglia, come si diceva, è anche una meta turistica da visitare. Basta uno sguardo alla cattedrale
per capirlo: Santa María de la Sede de Sevilla è la
più grande cattedrale gotica del mondo e il terzo
edificio religioso per dimensione dopo la basilica
di San Pietro in Vaticano e la cattedrale di Saint
Paul a Londra. Ma soprattutto è testimonianza
della contaminazione di culture andalusa e, come
spesso accade con le architetture religiose, l’esterno è più maestoso dell’interno. La Giralda esercita
la funzione di torre e campanile della cattedrale, è patrimonio dell’umanità dal 1987 ed è stata
costruita imitando il minareto della moschea Kutubia di Marrakech, ma la sua torre campanaria
svela anche l’influenza rinascimentale.
Finita la visita è il momento di perdersi nelle viuzze del centro storico della città: lasciate guide e
mappe in borsa (o in tasca) perché uno dei grandi
piaceri che vi può regalare il capoluogo andaluso
è proprio scoprire per caso i suoi tesori nascosti:
botteghe tipiche, locande e palazzi dichiarati patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Se siete fortunati potreste anche trovare aperta la porta di un
palazzo tipico con patio e ammirarlo in tutta la
sua bellezza: in genere sono decorati con piastrelle
colorate e custodiscono piante rigogliose e a volte
qualche pezzo d’arredamento in legno. Oppure
potreste arrivare a El Reconcillo, il locale di tapas
più antico della città, fondato nel 1670, dove i camerieri segnano il conto sul bancone con il gesso.
L’anima più oscura e complessa di Siviglia affonda le sue radici nelle polverose taverne di Triana,
dove ci sono anche molti negozi che vendono
ceramiche e dove è nato il flamenco, ma anche
nelle vie del quartiere El Arenal, dove i conquistadores contavano le ricchezze provenienti dalle
colonie nelle Americhe. E a proposito di flamenco,
non potete lasciare Siviglia senza aver assistito a
uno spettacolo. Quelli più famosi si tengono ogni
giorno alle 19 al Museo del Baile Flamenco, ma
ricordatevi di prenotare altrimenti, non trovando
posto, potreste assistere a una delle tante performance che propongono piccoli teatri o scuole di
danza e, detto tra noi, non sempre sarebbe una
scelta felice.
L’itinerario a piedi può continuare tra le tranquille
piazze e le strette vie del Barrio de Santa Cruz
fino a giungere nella più confusionaria Calle Sierpes. Non dimenticatevi di visitare Plaza Espana,
uno degli spazi architettonici più spettacolari della città. Situata all’interno del parco di Maria Luisa, la piazza venne costruita in occasione dell’Esposizione Universale del 1929. Per concludere
degnamente un weekend sivigliano tornate sulla
vivace Calle del Betis sul lungofiume per una copa
con tapas.
02. Il Barrio de Santa
Cruz è un quartiere
centrale di Siviglia, è
uno dei più vivi e visitati
dai turisti
57
FOOD
FOOD
MORDERE CON CAUTELA
C’è chi lo cerca a ogni morso e chi lo fugge con terrore: il piccante è così,
una scommessa da prendere o lasciare. Ma per alcuni la cucina hot &
spicy è una vera e propria missione, lacrime comprese
di Filippo Spreafico
02
piccante sì, ma quanto?
Fu il chimico statunitense Wilbur
Scoville nel 1912 a codificare l’unità
di misura ufficiale per la valutazione del grado di piccantezza: la
Scala di Scoville calcolava in SHU
la quantità di capsaicina contenuta
nell’alimento attraverso un test
organolettico basato sulla diluizione
dell’estratto in acqua e zucchero,
con conseguente assaggio da parte
di un panel. Oggi questo procedimento è stato sostituito da un test
scientifico di cromatografia liquida.
01
01. L'essiccazione al
sole del peperoncino
si effettua cucendo le
bacche tra di loro con
ago e spago, fino a
formare lunghe trecce
58
È strano come l’uomo sia affascinato da tutto ciò
che razionalmente dovrebbe temere: il vuoto, il
pericolo, la paura stessa. Perfino il dolore. Ci vuole
del resto una certa attitudine al masochismo per
spiegare la passione che la cucina piccante riscuote in tutto il mondo: perché amiamo mangiare
qualcosa che brucia la lingua, torce lo stomaco e
ci fa scoppiare in lacrime? In effetti la capsaicina,
il composto chimico responsabile della piccantezza nei peperoncini, è una vera e propria arma,
così potente che in alte concentrazioni è in grado
di ustionare la pelle al solo contatto. È il caso ad
esempio del micidiale Carolina Reaper, attualmente il peperoncino più piccante del mondo:
un ibrido creato in laboratorio (quindi incapace
di riprodursi in autonomia) che deve essere maneggiato con guanti da chirurgo e cucinato con
una tuta che possa proteggere il cuoco da fumi e
vapori altamente irritanti. Non è improprio parlare di arma: una volta superata la soglia di 5 milioni nella scala di Scoville, la dimensione ufficiale
certificante la piccantezza, questa bacca diventa
una piccola bomba a mano, usata tra l’altro anche
come ingrediente degli spray urticanti in dotazione alle Forze dell’Ordine.
Coltivato fin dal 6000 a.C. in America Latina, il
peperoncino è un’icona della cucina centroamericana: Messico e Perù sono i più grandi produttori
continentali di peperoncini verdi e rossi, tanto che
il termine spagnolo chili è oggi divenuto sinonimo
globale di pietanza piccante. Proprio dal Messico,
e dall’omonima regione che si affaccia sul Golfo,
arriva una delle cultivar più celebri, il tabasco, la
cui salsa, brevettata nel 1870 in Louisiana, è la più
antica tra quelle prodotte industrialmente. Ma è
la Cina a detenere il record della produzione di
spezie piccanti, grazie soprattutto alla commercializzazione del pepe di Sichuan, uno degli aromi più diffusi a livello mondiale. In Asia troviamo
una vera e propria cultura gastronomica legata al
piccante: Paesi come l’Indonesia e la Thailandia
basano la loro cucina sull’utilizzo di ingredienti
di rara intensità, come curry piccante, zenzero,
salsa satay e il Thai Dragon, il più tipico tra i peperoncini orientali. Anche il Giappone ha il suo
lato piccante grazie al wasabi, pasta morbida de-
rivata dalla lavorazione del ravanello locale e oggi
famoso e consumato in tutto il mondo insieme
a sushi e sashimi. In India il peperoncino autoctono Bhut Jolokia, conosciuto anche come Ghost
Pepper, è una vera celebrità: viene utilizzato per
dare la tipica nota piccante ai curry e ai chutney,
ma il suo potere urticante è talmente elevato che
nell’entroterra i contadini lo appendono lungo le
recinzioni per tenere a bada le mandrie di elefanti. È proprio questa la tipologia impiegata nelle
celebri competizioni tra mangiatori, come quella
che si tiene ogni anno durante l’Hornbill Festival
di Nagaland, sedicesima regione dell’Unione Indiana e terra d’origine della bacca. Effettivamente
non è un caso che il peperoncino e il piccante siano diffusi e amati in tutto il mondo: importato
nel Vecchio Continente dopo il secondo viaggio
transoceanico di Colombo, questa pianta si adattò
perfettamente alle nuove condizioni ambientali,
infrangendo i sogni dei mercanti che speravano
di dare vita a un commercio remunerativo pari a
quello delle spezie più esotiche, come cannella e
chiodi di garofano.
Anche in Italia la tradizione del piccante è ampia,
come ampia è pure la gastronomia: il peperoncino
calabrese, con il suo cornetto allungato e ricurvo,
ha così profondamente segnato la cultura nazionale da essere diventato un oggetto apotropaico
e folcloristico a tutto tondo. A questo si affianca
anche il rafano, la cui radice è impiegata dal sud
Italia fino a tutto il Triveneto, sia fresco sia nella
forma di una salsa pungente e balsamica, il kren,
accompagnamento ideale di lessi, bolliti e salumi.
Non si può dimenticare un altro ingrediente basilare: la senape. Dai semi di questa pianta è possibile ricavare non solo la famosa salsa ma anche
un olio essenziale particolarmente piccante e acre,
grazie al quale si realizza una delle delicatezze più
significative nel nord Italia, la mostarda di frutta.
Un senso di bruciore che parte dalla bocca, sale
nel naso e sembra quasi raggiungere il cuore, provocando una leggera tachicardia non diversa da
quella che ci fa sentire innamorati: eppure, per
quanto reali siano i suoi effetti sul nostro corpo, la
piccantezza rimane una semplice percezione, un
gusto fantasma di incomprensibile attrazione.
02. La cucina
thailandese fa ampio
uso del piccante: nel
suo menu si trovano
fino a 9 curry diversi
per ingredienti e
intensità.
Foto di Tourism
Authority of Thailand
59
FOOD
FOOD
La ricetta dello chef
CLAUDIO SADLER
Un cognome che secondo lui arriva dall’Inghilterra,
mezzo mantovano, mezzo trentino, Sadler è nato e
vive a Sesto San Giovanni. Fare il cuoco è stato un
modo di dare sfogo alla creatività, ma ora pensa sia
necessaria anche la capacità imprenditoriale.
A 27 anni ha aperto il primo ristorante, nel 1991 ha
avuto la prima stella Michelin, nel 2003 la seconda.
È presidente delle Soste, la prestigiosa associazione
dei migliori ristoranti italiani
Un piatto classico, tanto amato a Milano
e simbolo della cucina di Sadler: moderno
ma non astruso
Risotto bianco ai funghi porcini
con funghi neri trombetta
di Roberto Perrone
«La verità è che questo mestiere ti porta via la giovinezza. I momenti più duri
sono tra i 18 e i 24 anni: vedi gli altri
che il weekend vanno a ballare, o partono per il mare e tu ti chiudi in cucina» racconta Claudio Sadler, uno dei tre
due stelle milanesi con Cracco e Aimo
e Nadia.
E allora perché farlo?
Mio zio gestiva un mensa aziendale e
mio cugino insegnava all’alberghiero.
Ho sperimentato la cucina fin da ragazzo. Mia madre lavorava e a mezzogiorno mi preparavo io da mangiare. Mi
piaceva l’idea di cucinare, di fare un
lavoro creativo di cui avevi subito il riscontro. Una cosa fatta e finita.
Istituto alberghiero, poi subito al lavoro?
Non avevo ancora finito la scuola che
già lavoravo da extra, facevo le stagioni.
Mentre quelli della sua età se la spassavano...
Non rimpiango nulla, era quello che
volevo: diventare uno chef importante,
riconosciuto, avere un mio ristorante.
Ho centrato tutti gli obiettivi, ma all’inizio, lo confesso, le balle un po’ mi giravano.
Il primo ristorante non si scorda mai,
vero?
A 27 anni con estrema caparbietà: la
Locanda Vecchia Pavia con Oreste Corradi. Ci siamo ricoperti di debiti, ma allora si poteva fare. Non c’era la paura di
fare un investimento fuori dalle proprie
disponibilità. In poco più di due anni
60
rientravi dell’investimento. Così è stato.
Ma io volevo tornare a Milano.
Percorsi milanesi e non solo...
Nel 1986 ho aperto l’Osteria di Porta
Cicca. C’era ancora la vita bohémienne
dei Navigli, non la movida di ora. Nel
1991 la prima stella, nel 1996 siamo
passati in via Conchetta. Nel 2003 la
seconda stella, nel 2007 siamo venuti
qui. Nel frattempo ho aperto e chiuso
ristoranti a Tokyo e a Pechino.
Oggi un cuoco cosa deve essere?
Prima di tutto un buon imprenditore. È
diventato complicato gestire un ristorante come questo, è come un’auto che
non ha la retromarcia. Se ci fate caso
i grandi ristoranti non sono quasi mai
nei grandi centri. In centro non hai problemi, il cassetto lo riempi comunque,
se la gente deve venire apposta devi
tenerti molto alto. È molto gratificante
lavorare così, ma anche complicato.
La sua idea di cucina?
Ho cambiato tante situazioni. Ora sono
portato a una cucina fatta di leggerezza. Con il passare degli anni ti rendi
conto che mangiare è anche una fatica.
Giusto, anche questo è un duro lavoro...
Sì, scherzi a parte. Oggi è importante
abbassare le quantità di grassi e amidi
e quindi le calorie. La mia è una cucina moderna, innovativa, ma non astrusa. Non amo la cucina “con-fusion” nel
senso di complicata. Mi piace usare
i prodotti nazionali, ma anche quelli
internazionali se sono buoni e adatti
alle mie proposte. La definirei “personalizzata”. Non ho mai seguito le varie mode, forse è per questo che sono
sul mercato da 30 anni. Ho rivalutato i
miei piatti più vecchi e li trovo sempre
molto attuali. Seguo i movimenti della
cucina moderna, studio quello che fanno i miei colleghi e i giovani. C’è chi
dice che faccio una cucina “rassicurante”: meglio rassicurati che stupiti negativamente. Io penso di essere al passo
con i tempi, cambio sette otto volte i
menu di Sadler e Chic ’n Quick.
Sadler e Milano. Quale legame?
Amo questa città, ci lavoro mi ha dato
tanto, mi ha sempre sostenuto, anche se
vivo ai margini.
Geograficamente?
Eh sì. Sia io che Aimo siamo considerati chef di frontiera. Però chi viene qui o
da Aimo lo fa per noi, per cercare qualcosa di particolare. C’è chi arriva con
l’autista, a mezzogiorno, per spendere
30 euro da Chic ’n Quick. Sono soddisfazioni.
La ristorazione è uscita dalla crisi?
Sicuramente siamo fuori dal biennio
cupo del 2012/2013.
Il piatto della mamma?
Risotto alla milanese, cotoletta. Ma anche i tortelli di zucca, con la mamma
mantovana.
Cosa si prepara Sadler a casa sua?
Cose semplici, non ho grandi esigenze,
un branzino al forno, una buona carne.
Inter o Milan?
Inter tutta la vita. Purtroppo.
Ingredienti per dieci persone: 550 g di riso Carnaroli, 150 g
di funghi porcini freschi, prezzemolo qb, 2 scalogni, sale qb,
olio qb, 60 g di burro, 70 g di Grana Padano,100 g di funghi
trombetta secchi, 2 scalogni, 300 g di funghi porcini, 150 g
di panna fresca, olio qb, 1 kg di funghi porcini (surgelati), 5 l
d’acqua, oro in polvere qb
Pulire e mondare i funghi. Tagliarli in
piccoli pezzi. In una padella rosolare lo
scalogno tritato con olio evo. Aggiungere i funghi tagliati e farli rosolare.
Aggiungere la panna e cuocere per circa 15 minuti. Frullare al bimby per 3-4
minuti. Passare al colino cinese e conservare in una bacinella in frigorifero.
Frullare i funghi trombetta nel bimby
con modalità spiga per circa 8 minuti.
Conservare in un contenitore a temperatura ambiente non umido. Far bollire
in una casseruola i funghi con l'acqua.
In una casseruola soffriggere lo scalo-
vocazione periferica
«Sono venuto qui perché ho trovato la soluzione giusta per il mio
progetto, con lo spazio anche per
gli uffici» dice Claudio Sadler. Sul
Naviglio Pavese, appena svoltati da
viale Tibaldi, c’è il mondo-Sadler.
Una vocazione periferica nel luogo,
ma non nell’offerta della cucina. Il
ristorante gastronomico Sadler e il
bistrot, Chic’n Quick, dove coniugare ristorazione di qualità a prezzi
contenuti, un esperimento che
aveva già provato con Wine&Food
in via Monte Bianco. Un’impresa
da pioniere che qui raggiunge la
maturità. Le due offerte si possono
incontrare come due parti della
stessa idea, vicine, ma diverse.
Modernità differenti negli arredi,
nell’ambiente, la stessa calda impronta nei piatti.
Ristorante Sadler
via Ascanio Sforza 77 - Milano
www.sadler.it
gno con olio, aggiungere il riso e tostarlo finché i chicchi non diventino lucidi.
Bagnare con vino bianco e continuare
a bagnare il riso con il brodo di funghi.
Cuocere per 11 minuti circa. Aggiungere la crema di funghi porcini e terminare la cottura per altri 3-4 minuti.
Aggiungere i funghi porcini freschi
precedentemente tagliati finemente e
il prezzemolo. Mantecare con burro e
Grana Padano. Aggiustare di sale. In un
piatto piano stendere il riso e spolverare la polvere di funghi trombetta sul
piatto. Decorare con l'oro in polvere.
61
FREE TIME
FREE TIME
Da non perdere...
Una selezione dei migliori eventi che
animeranno la città nei prossimi mesi
a cura di Enrico S. Benincasa
Book Pride
Seconda edizione per la fiera
promossa dall’Osservatorio degli
editori indipendenti (ODEI) che
mira a far conoscere le realtà
editoriali italiane che lavorano fuori
dai circuiti tradizionali. Quest’anno
Book Pride sarà ospitata all’interno
dei nuovi spazi di Base, l’ingresso
sarà libero e vedrà la partecipazione di 150 editori, un sesto in
più rispetto alla passata edizione.
20mila presenze l’anno scorso, nel
2016 si punta a fare ovviamente
meglio.
Base - Milano
dall’1 al 3 aprile
www.bookpride.net
SuperDesign Show
Superstudio Più e Superstudio 13 - Milano
dal 12 al 17 aprile
www.superstudiogroup.com
Milano Vintage Week
Nella settimana del design gli spazi
dello showroom Riccardo Grassi
ospiteranno la quinta edizione della
Milano Vintage Week. Un evento
da non perdere per gli appassionati
di questo tipo di abbigliamento e
accessori, ma anche un modo per
entrare in contatto con un mondo,
quello del vintage, che non passa
mai di moda. Biglietto a soli tre
euro, durante il weekend si potrà
anche partecipare a incontri e
assistere alle mostre organizzate in
contemporanea.
Showroom Riccardo Grassi
Milano
dal 15 al 17 aprile
www.milanovintageweek.com
62
Il nuovo format di Superstudio Group
per la design week milanese torna per il
secondo anno consecutivo nei suoi spazi in via Tortona. SuperDesign Show
non va considerato come il semplice
sostituto del precedente e fortunato
Temporary Museum For New Design,
ma come una continuazione che incorpora il progetto nato nel 2009 e che si
è sempre contraddistinto come tappa
imperdibile di ogni fuorisalone. Nei
10mila mq di esposizione quest’anno
sarà sviscerato un nuovo tema: “white
pages”. L’invito rivolto ai partecipanti
è stato quello di scrivere insieme le parole chiave del mondo che ci aspetta,
portando non solo proposte pronte per
il mercato di oggi, ma anche idee per
il mondo che verrà. Ancora non tantissimi i nomi che sono filtrati, ma si
sa già che ci saranno le installazioni di
Barovier&Toso e Paola Navone, con un
progetto visionario sui colori del vetro,
e Citizen, che creerà un’installazione
che indaga sulla natura del tempo, realizzata con migliaia di parti che compongono gli orologi. Spazio anche alla
Cina, con un'intera area curata da Red
Star Macalline, leader nel furniture nel
suo Paese, con le proposte dei migliori
designer e aziende di questa nazione, e
alla sostenibilità, con Mario Cucinella
e la sua SOS – School of Sustanaibility. SuperDesign Show è un progetto di
Gisella Borioli, quest’anno sotto la direzione artistica di Carolina Nisivoccia.
Herb Ritts - In equilibrio
Musica al Parenti
Gli spazi del teatro di via Pier
Lombardo si danno alla musica
jazz, elettronica e anche alla
trance. Dopo il matinée dello
scorso 6 marzo con il Trio La Paz,
il prossimo 21 marzo sarà la volta
di Donny McCaslin e il suo sax. Il 6
aprile, invece, spazio all’elettronica
con Kanding Ray e Barry Burns dei
Mogwai. Da segnarsi sul calendario
il 21 settembre, quando gli spazi
della adiacente Piscina Caimi ospiteranno TranceParenti, dove un’orchestra di soli archi reinterpreterà
l’elettronica di Lorenzo Senni.
Teatro Franco Parenti - Milano
il 21 marzo
www.teatrofrancoparenti.it
Palazzo della Ragione - Milano
fino al 5 giugno
www.palazzodellaragionefotografia.it
Sono passati poco più di 13 anni dalla
sua morte prematura, avvenuta il 26
dicembre 2002 quando aveva solo 50
anni, ma la popolarità delle sue foto
non ha certo smesso di crescere. Basta
guardare alcuni dei suoi ritratti più celebri per capire quanto queste immagini facciano parte della nostra cultura visiva e dell’immaginario pop. Herb Ritts
ha ritratto alcune delle donne più belle
del mondo come Naomi Campbell,
Christy Turlington e Cindy Crawford
quando ancora non erano all’apice del
successo, ma ha lavorato anche con Madonna, immortalandola nella copertina
di True Blue, uno dei suoi album più
importanti (e questo rimane uno dei
suoi scatti più famosi). Non bisogna
poi dimenticare le sue collaborazioni
con Michael Jackson, sua sorella Janet,
Olivia Newton John, Brooke Shields e
il suo amico Richard Gere. Le sue fotografie, spesso in bianco e nero, mai
piatte e piene di luce, hanno fatto breccia nel cuore del mondo della moda
(tantissime le sue campagne) e della
stampa patinata. La mostra, curata da
Alessandro Mauro, conta 100 immagini
originali (dalla sua morte non sono più
state fatte altre stampe) ed è divisa in
tre sezioni: ritratti, corpo in movimento e suggestioni paesaggistiche (soprattutto dei suoi viaggi in Africa), ma anche videoinstallazioni e ingrandimenti
spettacolari. Gli scatti provengono tutti
dalla Herb Ritts Foundation, selezionate in esclusiva per questa prima grande
retrospettiva milanese.
Quasi Segreti. Cassetti da
Arte e Design
Il Museo Poldi Pezzoli, in collaborazione con Inventario e Foscarini,
ospita una mostra che riflette su
un elemento funzionale dell’arredamento, il cassetto, che consente
sì di ordinare e organizzare ma, al
contempo, evoca visioni e suggestioni particolari. A confrontarsi su
questo tema sia mostri sacri come
Alessandro Mendini, ospite anche
della tavola rotonda di apertura, sia
giovani artisti e designer.
Museo Poldi Pezzoli - Milano
fino al 25 aprile
www.museopoldipezzoli.it
63
SECRET MILANO
NETWORK
Puoi trovare Club Milano
in oltre 200 location
selezionate a Milano
La città di terracotta
Alle porte di Milano esiste un luogo le cui radici affondano nel 1400 e che da allora
non ha mai smesso di plasmare la città colorandola di rosso: si tratta della Fornace
Curti, dalla quale provengono le terrecotte che ornano le più belle chiese e i palazzi
di tutta la Lombardia
di Elisa Zanetti
L’avete conosciuta senza saperlo attraverso le formelle e i mattoni sagomati
di quello che fu il primo ospedale di
Milano, il Ca’ Granda, oggi Università
degli Studi. L’avete ritrovata a Santa
Maria delle Grazie e forse avete avuto
modo di incontrarla grazie alla Certosa
di Pavia, all’abbazia di Morimondo e di
Chiaravalle, al Duomo di Monza e un
po’ in tutta la Lombardia. È la fornace
Curti, che a partire dal 1400 iniziò a
colorare di rosso con le sue terrecotte
l’intera regione. A dare il via a questo
processo fu Francesco Sforza che scelse
l’argilla per definire l’identità della città, preferendola a materiali più pregiati
e tendenzialmente più utilizzati sino
ad allora, come ad esempio il marmo.
Girovaga e poliedrica, nel corso dei
secoli la fornace ha cambiato diverse
sedi: aprì i battenti nei pressi delle Colonne di San Lorenzo, a fianco a via De
Amicis, dove un tempo scorreva il navi64
glio, nel 1700 si trasferì a Ripa di Porta
Ticinese e nell’Ottocento raggiunse la
Conchetta del Naviglio Pavese. Un terribile incendio, nel quale andarono perduti gli stampi in legno utilizzati per
i primi lavori, portò infine la famiglia
Curti a stabilirsi nel laboratorio attuale,
in via Tobagi. Oltre ai numerosi manufatti che ricoprono tetti, pareti e ogni
angolo dei cortili facendo della fornace
una sorta di museo del cotto lombardo sia negli spazi interni sia in quelli
esterni, quello che vi colpirà di questo
luogo è la quiete che lo caratterizza
perché la terracotta, si sa, va lavorata
con calma. Piatti, vasi su misura, piastrelle, salvadanai (il classico modello
“ad anfora” è stato inventato qui), nani
da giardino: alla fornace Curti potrete farvi confezionare qualsiasi tipo di
oggetto desideriate, e ogni pezzo sarà
reso unico dalla bravura degli artigiani che per lavorare utilizzano ancora il
torchio a mano. Quello che si nasconde
dietro l’alto cancello del civico 8 non
è un semplice laboratorio, ma una vera
e propria cittadella dell’arte. Oltre alla
fornace, al primo e al secondo piano dei
vari stabili che compongono il piccolo
borgo, si trovano una ventina di atelier
di artisti. Non si tratta solo di scultori,
ma anche di pittori e fotografi che hanno scelto questo spazio per dedicarsi
alle proprie opere. Gli studi, a differenza della fornace che è sempre aperta al
pubblico, possono essere visitati il terzo
weekend di maggio, quando tradizionalmente la famiglia Curti organizza
un evento all’interno dei suoi spazi. In
ogni caso non lasciatevi scoraggiare e se
capitate da quelle parti provate a dare
una sbirciatina, sicuramente gli speciali
condomini saranno felici di aprirvi le
loro porte e, perché no, potrebbe essere
l’occasione per iscriversi a un corso di
ceramica o acquerello.
night & restaurant: Al fresco Via Savona 50 Angolomilano Via
Boltraffio18 Antica Trattoria della Pesa V.le Pasubio 10 Bar Magenta Largo
D’Ancona Beda House Via Murat 2 Bento Bar C.so Garibaldi 104 Bhangra
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Caffè Savona Via Montevideo 4 Cape Town Via Vigevano 3 Capo Verde
Via Leoncavallo 16 Cheese Via Celestino IV 11 Chocolat Via Boccaccio 9
Circle Via Stendhal 36 Colonial Cafè C.so Magenta 85 Combines XL Via
Montevideo 9 Cubo Lungo Via San Galdino 5 Dada Cafè / Superstudio
Più Via Tortona 27 Deseo C.so Sempione 2 Design Library Via Savona 11
Elettrauto Cadore Via Cadore ang. Pinaroli 3 El Galo Negro Via Taverna
Executive Lounge Via Di Tocqueville 3 Exploit Via Pioppette 3 Fashion
Cafè Via San Marco 1 FoodArt Via Vigevano 34 Fusco Via Solferino 48
G Lounge Via Larga 8 Giamaica Via Brera 32 God Save The Food Via
Tortona 34 Goganga Via Cadolini 39 Grand’Italia Via Palermo 5 HB Bistrot
Hangar Bicocca Via Chiese 2 Il Coriandolo Via dell’Orso 1 Innvilllà Via
Pegaso 11 Jazz Cafè C.so Sempione 4 Kamarina Via Pier Capponi 1
Kisho Via Morosini 12 Kohinoor Via Decembrio 26 Kyoto Via Bixio 29
La Fabbrica V.le Pasubio 2 La rosa nera Via Solferino 12 La Tradizionale
Via Bergognone 16 Le Biciclette Via Torti 1 Le Coquetel Via Vetere 14 Le
jardin au bord du lac Via Circonvallazione 51 (Idroscalo) Leopardi 13 Via
Leopardi 13 Les Gitanes Bistrot Via Tortona 15 Lifegate Cafè Via della
Commenda 43 Living P.zza Sempione 2 Luca e Andrea Alzaia Naviglio
Grande 34 MAG Cafè Ripa Porta Ticinese 43 Mandarin 2 Via Garofano
22 Milano Via Procaccini 37 Mono Via Lecco 6 My Sushi Via Casati 1 - V.le
Certosa 63 N’ombra de Vin Via San Marco 2 Noon Via Boccaccio 4 Noy
Via Soresina 4 O’ Fuoco Via Palermo 11 Origami Via Rosales 4 Ozium
t7 café - via Tortona 7 Palo Alto Café C.so di Porta Romana 106 Panino
Giusto P.zza Beccaria 4 - P.zza 24 Maggio Parco Via Spallanzani - C.so
Magenta 14 Patchouli Cafè C.so Lodi 51 Posteria de Amicis Via De Amicis
33 Qor Via Elba 30 Radetzky C.so Garibaldi 105 Ratanà Via De Castillia
28 Refeel Via Sabotino 20 Rigolo Via Solferino 11 Marghera Via Marghera
37 Rita Via Fumagalli 1 Roialto Via Piero della Francesca 55 Serendepity
C.so di Porta Ticinese 100 Seven C.so Colombo 11 - V.le Montenero 29
- Via Bertelli 4 Smeraldino P.zza XXV Aprile 1 Smooth Via Buonarroti 15
Superstudio Café Via Forcella 13 Stendhal Via Ancona 1 Tasca C.so Porta
Ticinese 14 That’s Wine P.zza Velasca 5 Timè Via S.Marco 5 Tortona 36
Via Tortona 36 Trattoria Toscana C.so di Porta Ticinese 58 Union Club Via
Moretto da Brescia 36 Van Gogh Cafè Via Bertani 2 Volo Via Torricelli 16
Zerodue_Restaurant C.so di Porta Ticinese 6 3Jolie Via Induno 1
stores: Ago Via San Pietro All’Orto 17 Al.ive Via Burlamacchi 11 Ana
Pires Via Solferino 46 Antonia Via Pontevetero 1 ang. Via Cusani Bagatt
P.zza San Marco 1 Banner Via Sant’Andrea 8/a Biffi C.so Genova 6 Brand
Largo Zandonai 3 Brian&Barry via Durini 28 Brooksfield C.so Venezia
1 Buscemi Dischi C.so Magenta 31 Centro Porsche Milano Nord Via
Stephenson 53 Centro Porsche Milano Est Via Rubattino 94 C.P. Company
C.so Venezia Calligaris Via Tivoli ang. Foro Buonaparte Dantone C.so
Matteotti 20 Eleven Store Via Tocqueville 11 Fgf store Piazza xxv Aprile1
Germano Zama Via Solferino 1 Gioielleria Verga Via Mazzini 1 Joost Via
Cesare Correnti 12 Jump Via Sciesa 2/a Kartell Via Turati ang. Via Porta 1
La tenda 3 Piazza San Marco 1 Le Moustache Via Amadeo 24 Le Vintage
Via Garigliano 4 Libreria Hoepli Via Hoepli 5 MCS Marlboro Classics C.so
Venezia 2 - Via Torino 21 - C.so Vercelli 25 Moroso Via Pontaccio 8/10
Native Alzaia Naviglio Grande 36 Open viale Monte Nero 6 Paul Smith
Via Manzoni 30 Pepe Jeans C.so Europa 18 Pinko Via Torino 47 Rubertelli
Via Vincenzo Monti 56 The Store Via Solferino 11 Valcucine (Bookshop)
C.so Garibaldi 99
showroom: Alberta Ferretti Via Donizetti 48 Alessandro Falconieri
Via Uberti 6 And’s Studio Via Colletta 69 Bagutta Via Tortona 35
Casile&Casile Via Mascheroni 19 Damiano Boiocchi Via San Primo 4
Daniela Gerini Via Sant’Andrea 8 Gap Studio C.so P.ta Romana 98 Gallo
Evolution Via Andegari 15 ang. Via Manzoni Gruppo Moda Via Ferrini 3
Guess Via Lambro 5 Guffanti Concept Via Corridoni 37 IF Italian Fashion
Via Vittadini 11 In Style Via Cola Montano 36 Interga V.le Faenza 12/13
Jean’s Paul Gaultier Via Montebello 30 Love Sex Money Via Giovan
Battista Morgagni 33 Massimo Bonini Via Montenapoleone 2 Miroglio Via
Burlamacc hi 4 Missoni Via Solferino 9 Moschino Via San Gregorio 28
Parini 11 Via Parini 11 Red Fish Lab Via Malpighi 4 Sapi C.so Plebisciti 12
Spazio + Meet2Biz Alzaia Naviglio Grande 14 Studio Zeta Via Friuli 26
Who’s Who Via Serbelloni 7
beauty & fitness: Accademia del Bell’Essere Via Mecenate 76/24
Adorè C.so XXII Marzo 48 Caroli Health Club Via Senato 11 Centro
Sportivo San Carlo Via Zenale 6 Damasco Via Tortona 19 Palestre
Downtown P.za Diaz 6 - P.za Cavour 2 Fitness First V.le Cassala 22 - V.le
Certosa 21/a - Foro Bonaparte 71 - Via S.Paolo 7 Get Fit Via Lambrate 20
- Via Piranesi 9 - V.le Stelvio 65 - Via Piacenza 4 - Via Ravizza 4 - Via Meda
52 - Via Vico 38 - Via Cenisio 10 Greenline Via Procaccini 36/38 Gym Plus
Via Friuli 10 Intrecci Via Larga 2 Le Garcons de la rue Via Lagrange 1 Le
terme in città Via Vigevano 3 Orea Malià Via Castaldi 42 - Via Marghera
18 Romans Club Corso Sempione 30 Spy Hair Via Palermo 1 Tennis Club
Milano Alberto Bonacossa Via Giuseppe Arimondi 15 Terme Milano P.zza
Medaglie d’Oro 2, ang. Via Filippetti Tony&Guy Gall. Passerella 1
art & entertainment: PAC (Padiglione Arte Contemporanea) Via
Palestro 14 Pack Foro Bonaparte 60 Palazzo Reale P.zza Duomo Teatro
Carcano C.so di Porta Romana 63 Teatro Derby Via Pietro Mascagni
8 Teatro Libero Via Savona 10 Teatro Litta C.so Magenta 24 Teatro
Smeraldo P.zza XXV Aprile 10 Teatro Strehler Largo Greppi 1 Triennale
V.le Alemagna 6 Triennale Bovisa Via Lambruschini 31
hotel: Admiral Via Domodossola 16 Astoria V.le Murillo 9 Boscolo C.so
Matteotti 4 Bronzino House Via Bronzino 20 Bulgari Via Fratelli Gabba 7/a
Domenichino Via Domenichino 41 Four Season Via Gesù 8 Galileo C.so
Europa 9 Nhow Via Tortona 35 Park Hyatt (Park Restaurant) Via T. Grossi
1 Residence Romana C.so P.ta Romana 64 Sheraton Diana Majestic V.le
Piave 42
inoltre: Bagni Vecchi e Bagni Nuovi di Bormio (SO) Terme di PreSaint-Didier (AO)
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COLOPHON
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