1 La tripartizione del libro di Isaia

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FORMAZIONE TEOLOGICA – LECCO 1
INTRODUZIONE AL SECONDO ISAIA (IS 40-55)
“CONSOLATE, CONSOLATE IL MIO POPOLO” (IS 40,1) – IL CORAGGIO DELLA SPERANZA
IL SECONDO ISAIA
La tripartizione del libro di Isaia
- La proposta originaria di Duhm (1892): Is 1-39 (primo Isaia), Is 40-55 (secondo Isaia), Is 56-66 (terzo Isaia).
La tendenza degli studi esegetici recenti sul libro di Isaia.
Proposta di struttura per il libro di Isaia
La seconda parte del libro profetico
- L’invito rivolto ai deportati di rientrare da Babilonia, e la promessa a loro rivolta della prossima
restaurazione di Sion. Per la diaspora c’è ancora speranza …
- La consolazione di Israele, fondata sull’annuncio profetico della sua redenzione ad opera di Dio. Il Signore
nella sua funzione di “consolatore” del suo popolo. Dalla contemplazione dell’agire “salvifico” di Dio nei
confronti di Israele al riconoscimento da parte di Israele della sua natura di “salvatore” (e di “consolatore”).
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- Un’ipotesi sulla struttura del secondo Isaia:
* Prologo (40,1-11): l’annuncio della consolazione di Israele.
* Prima parte (capp. 40-48*): dichiarazione dell’unicità del Dio Creatore.
* Seconda parte (capp. 48-55*): invito profetico all’esodo da Babilonia.
* Brani innici interni.
* Epilogo (cap. 55*).
Contesto storico e teologico di produzione del secondo Isaia
- Alcune date ed eventi da tenere presenti per la configurazione del contesto:
* conquista e distruzione di Gerusalemme da parte di Nabucodonosor, re di Babilonia (587/6 a.C.);
* deportazione di parte della popolazione di Giuda nella regione di Babilonia;
* crisi dell’impero neo-babilonese e caduta di Babilonia per mano di Ciro il Grande, re di Persia e di
Media (539 a.C.);
* editto di Ciro e rientro dei deportati da Babilonia (538 a.C.);
* ricostruzione di Giuda, come provincia dell’impero persiano.
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- l’impero babilonese al tempo della sua massima espansione,
l’itinerario dei deportati Giudea da Gerusalemme alla regione di Babilonia –
- la caduta di Babilonia -
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- Un clima di diffusa rassegnazione fra gli ebrei della diaspora babilonese. La convinzione circa la superiorità
della civiltà babilonese, con conseguente pratico “adattamento” di buona parte della diaspora. La realistica
prospettiva di una sistemazione definitiva a Babilonia per il gruppo dei deportati, e il fascino obiettivo
suscitato su di loro dalla cultura del posto. La parola profetica come attraente riproposizione della fede dei
Padri.
L’attualità della profezia del secondo Isaia
- Quale crisi per il gruppo della diaspora babilonese? E dunque: a quale speranza vuole esortare la parola
profetica? La crisi alla quale il profeta è chiamato a porre rimedio è una “crisi del cuore”. Israele sta
progressivamente perdendo la sua anima, nella convinzione che la distruzione di Gerusalemme e la
deportazione siano state il segno del fallimento di una storia intera. Il profeta è ispirato da Dio per risvegliare
le coscienze e per tornare ad infondere speranza; speranza nel senso di prospettiva di futuro.
“CONSOLATE, CONSOLATE IL MIO POPOLO” (IS 40,1-11)
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40. “Consolate, consolate il mio popolo
- dice il vostro Dio –.
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Parlate al cuore di Gerusalemme
e gridatele che la sua tribolazione è compiuta,
la sua colpa è scontata,
perché ha ricevuto dalla mano del Signore
il doppio per tutti i suoi peccati”.
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Una voce grida:
“Nel deserto preparate la via al Signore,
spianate nella steppa la strada per il nostro Dio.
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Ogni valle via innalzata,
ogni monte e ogni colle sia abbassato;
il terreno accidentato si trasformi in piano
e quello scosceso in vallata.
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Allora si rivelerà la gloria del Signore
e tutti gli uomini insieme la vedranno,
perché la bocca del Signore ha parlato.”
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Una voce dice: “Grida”,
e io rispondo: “Che cosa dovrò gridare?”.
Ogni uomo è come l’erba
e tutta la sua grazia è come un fiore del campo.
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Secca l’erba, il fiore appassisce
quando soffia su di essi il vento del Signore.
Veramente il popolo è come l’erba.
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Secca l’erba, appassisce il fiore,
ma la parola del nostro Dio dura per sempre.
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Sali su un alto monte,
tu che rechi liete notizie a Sion!
Alza la tua voce con forza, tu che annunci liete notizie a Gerusalemme.
Alza la voce, non temere;
annuncia alle città di Giuda: “Ecco il vostro Dio!
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Ecco, il Signore Dio viene con potenza,
il suo braccio esercita il dominio.
Ecco, egli ha con sé il premio
e la sua ricompensa lo precede.
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Come un pastore egli fa pascolare il gregge
e con il suo braccio lo raduna;
porta gli agnellini sul petto
e conduce dolcemente le pecore madri”.
Struttura della pericope
40,1-2
Prima strofa – La consolazione di Israele fondata nel ripristino dell’alleanza
40,3-5
Seconda strofa – La via del Signore
40,6-8
Terza strofa – “La parola del nostro Dio dura per sempre”
40,9
Quarta strofa – La rinnovata presenza di Dio al fianco del suo popolo
40,10-11
Quinta strofa – L’avvento di Dio in qualità di pastore
40,1-2 (Prima strofa – La consolazione di Israele fondata nel ripristino dell’alleanza)
- La prima strofa inizia con la parola divina “Consolate, consolate il mio popolo”, cui segue non il passaggio
parallelo “Parlate al cuore di Gerusalemme”, ma un’espressione interposta: yoʼmar ʼelohekem (“dice il vostro
Dio”). La formula interposta – impiegata anche in altri passaggi del libro di Isaia (cf per es. Is. 1,11.18;
40,25; 66,9…) – appare singolare rispetto alle cosiddette formule del messaggero (koh-ʼamar YHWH, “così
dice il Signore”). L’intenzione di mostrare la quasi contemporaneità fra la consegna della parola al
messaggero e la sua successiva comunicazione ai destinatari.
v. 1
- Ripristino della relazione di alleanza. La combinazione nel v. 1 fra ʻammi (“mio popolo”) e ʼelohekem
(“vostro Dio”) allude alla relazione di alleanza (cf ad es. Es 6,7; Lv 26,12; Dt 26,17ss; 29,12; 1Sam 12,22;
2Sam 7,24; Ger 7,23; Ez 11,20).
- yoʼmar elohekem (“dice il vostro Dio”). L’espressione nel libro di Isaia indica spesso una discussione nella
quale Dio rafforza il proprio punto di vista contro critiche e obiezioni, e rimarca la propria capacità di agire
anche in situazioni problematiche (cf Is 1,11.18; 33,10; 40,25; 41,21; 66,9).
- La figura del Signore come “consolatore” del suo popolo in Is 40ss (cf capp. 40; 49; 51; 52; 66). La
possibilità che il passaggio di Isaia possa essere inteso come risposta alla lamentazione della città santa in
Lam 1-2.
v. 2
- Gerusalemme, punto di partenza per la restaurazione di Israele.
- Parlate al cuore di Gerusalemme … Per l’annuncio della redenzione Dio ha bisogno di messaggeri, che
trasmettano la parola di salvezza. Il contesto proprio dell’espressione “parlate al cuore di Gerusalemme” non
sono i canti di amore; la locuzione si riferisce piuttosto all’opera di convincimento di un determinato soggetto
(cf Gen 34,3; Gdc 19,3; 1Sam 1,13; 2Sam 19,8; Rt 2,13; Os 2,16; 2Cr 30,22). I collaboratori dell’annuncio
profetico sono chiamati a convincere Gerusalemme circa l’intervento salvifico divino nella loro storia, capace
di portare consolazione.
- … la sua tribolazione è compiuta … I messaggeri divini devono persuadere Gerusalemme che le sventure
del passato (deportazione e distruzione) si sono concluse. “Perché il suo servizio è completo”: termine ṣabaʼ
indica “servizio (lit)”. Si potrebbe intendere il senso del lessema, collegandolo al servizio cultuale levitico (Nm
4; 8): il tempo dell’esilio, paragonato ad un servizio liturgico espiatorio.
- … la sua colpa è scontata … La radice √raṣa possiede in ambito liturgico il senso generale di “accettare”, in
riferimento all’offerta sacrificale, e alla sua accoglienza da parte della divinità (cf Lv 1,4; Mi 6,7; Mal 1,10.13).
Ad essere stata accettato qui è il “sacrificio espiatorio legato alla colpa” commessa da Israele, ovvero l’esilio
stesso.
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- … perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati. La serietà del castigo
ricevuto, senza presupporre alcun motivo di ingiustizia nel castigo stesso. Sarebbe come affermare:
Gerusalemme ha ricevuto un grande castigo (doppio castigo) per le sue colpe.
40,3-5 (Seconda strofa – La via del Signore)
v. 3
- Nel deserto preparate la via del Signore! Quale il senso della “via del Signore” qui intesa? Si tratta di un
cammino “nel deserto” che deve essere preparato per il Signore. Senso teologico dell’immagine: anche nella
desolazione del deserto (della tragedia di cui Gerusalemme è vittima) Dio trova modo di manifestare se
stesso, e di rendere visibile la sua gloria al suo popolo.
- Il deserto come metafora della condizione disastrata della città e del suo popolo. L’impegno al quale il
popolo è chiamato è ad eliminare tutti quegli ostacoli di ordine etico-religioso, che impediscono a Dio di
manifestarsi a lui in pienezza. Da notare anche l’impiego della radice √pana, che indica il “liberare” la sede
stradale dagli ostacoli, che impediscono un’agevole circolazione.
- … spianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Si notino i paralleli alla suddetta espressione in Is 45,2
e 45,13, laddove si descrive lo spianamento delle mura di Babilonia, per consentire il libero accesso al
conquistatore Ciro. L’immagine di Dio come quella di un condottiero potente, che si sposta con il suo
esercito, e per il quale il genio militare deve predisporre un cammino agevole.
v. 4
- Ogni valle sia innalzata … Conseguenze della venuta del Signore sulla natura (cf resoconti di teofania). In
questo caso però il simbolismo naturale potrebbe essere riletto in chiave etico-religiosa: non si allude alla
predisposizione di un percorso materiale, ma alla conversione del cuore.
- … il terreno accidentato si trasformi in piano … La scelta significativa del termine mišor: significato concreto
(“terreno piano”), e astratto (“comportamento ineccepibile” – “terreno solido, su cui camminano i giusti”; cf
Sal 26,12; 27,11; Sir 51,15).
40,6-8 (Terza strofa – “La parola del nostro Dio dura per sempre”)
- Il riferimento iniziale ad una azione di parola / di annuncio: “Una voce dice …”. La frase non è seguita dal
contenuto dell’annuncio, ma da una domanda da parte del profeta. La domanda da intendere come presa di
coscienza da parte dei messaggeri profetici della complessità della missione ricevuta.
- Il dubbio, fondato in particolare sulla constatazione della fugacità di ogni carne. A questo livello si stabilisce
un certo contrasto con l’affermazione dei versetti precedenti, dove si annunciava la manifestazione della
gloria divina ad ogni uomo (v. 5: Allora si rivelerà la gloria del Signore, e tutti gli uomini insieme la vedranno
…). Qui ci si confronta con il giudizio fondamentalmente negativo degli annunciatori profetici nei confronti
dell’umanità e della sua capacità di accoglienza della Parola.
- Il pronunciamento degli annunciatori non si concentra sull’inconsistenza umana a livello della sua naturale
condizione, sottoposta al dramma della morte, quanto a livello della sua condizione etica, incapace di scelte
ponderate e durevoli (cf medesima immagine in Sal 129,6; Is 51,12).
v. 8
- … ma la parola del nostro Dio dura per sempre. Rafforzamento dell’espressione circa l’inconsistenza etica
della natura umana, mediante il riferimento alla stabilità della Parola di Dio. La capacità della Parola di
imporre se stessa (cf Is 42,16; 45,23; 55,11). L’uso frequente della radice verbale √qum (“alzarsi / stare in
piedi … sussistere”) in connessione con il termine dabar (“parola … realtà”), per mettere in luce
l’inconsistenza dei progetti umani (cf per es. Is 7,7; 8,10), in contrapposizione con quelli divini (cf Is 46,10).
40,9 (Quarta strofa – La rinnovata presenza di Dio al fianco del suo popolo)
- Sali su un alto monte, tu che annunci liete notizie a Sion! Alza la tua voce con forza, tu che rechi liete
notizie a Gerusalemme! Attenzione alla giusta traduzione: Gerusalemme / Sion non è destinataria
dell’annuncio (… a Sion; … a Gerusalemme), ma soggetto di annunzio a favore delle città di Giuda. Il
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e
problema è come viene reso lo stato costrutto ebraico: “evangelizzatrice Sion (m baśśeret ṣion)”;
e
e
“evangelizzatrice Gerusalemme (m baśśeret y rušalaim)”. Una traduzione migliore sarebbe: Sali su un alto
monte, o Sion; tu che annunci liete notizie! Alza la tua voce con forza, o Gerusalemme; tu che annunci liete
notizie!
- Alza la voce, non temere; annuncia alle città di Giuda … L’intenzione di rassicurare coloro che nel postesilio pensano che le promesse di redenzione e di futuro benessere siano da riservare alla capitale. Spesso
le promesse di redenzione futura sono dirette a Gerusalemme, ma questa modalità espressiva deve essere
interpreta bene: non si tratta di escludere dal processo medesimo tutte le altre realtà locali, ma di indicare
nella restaurazione della capitale la restaurazione del popolo nel suo complesso.
- Ecco il vostro Dio! Contenuto dell’annuncio: la presenza di Dio. La consolazione di Israele trova
consistenza nella certezza di una rinnovata presenza divina al fianco del suo popolo.
40,10-11 (Quinta strofa – L’avvento di Dio in qualità di pastore)
- Attraverso l’impiego del duplice hinne (“ecco”) la strofa si ricollega al v. 9, anche se questi versetti non
appartengono più al messaggio affidato ai diversi messaggeri. Risulta più opportuno valutarli come
commento conclusivo da parte del profeta, che descrive la scena dell’arrivo del Signore e della sua rinnovata
cura per il suo popolo (cf formulazione della Bibbia CEI).
v. 10
- Il Signore Dio … Posizione enfatica, prima del verbo. Valorizzazione della potenza di Dio, nel portare a
compimento il suo progetto di salvezza.
- … viene con potenza (viene come potente). L’immaginario è quello di un potente comandante militare che
torna vittorioso da una campagna, portando con sè i frutti del saccheggio e il segno della vittoria.
v. 11
- Come un pastore … Il Signore, pastore del suo popolo. Per quanto il re persiano abbia un ruolo nella
realizzazione del piano divino, essere pastore del popolo è compito esclusivo del Signore. Sull’immagine di
Dio come pastore cf anche Os 4; Mi 7; Ez 34; Sal 23; 28; 80.
- La possibilità di intendere l’affermazione come velatamente polemica nei confronti di quanto annunciato in
Is 44,28 (Ciro il Grande, definito da Dio “mio pastore”).
- Il testo allude in maniera particolare agli “agnelli” e alle “pecore allattanti”, come destinatari delle cure
divine; specificando così che le attenzioni del Signore vengono rivolte soprattutto alle bestie più deboli e
lente del gregge, in modo tale da garantire che nessun membro del gruppo vada perduto.
IL CORAGGIO DELLA SPERANZA
- Israele è invitato a risollevarsi, e tornare a sperare. L’introduzione alla seconda parte del libro di Isaia è una
chiara esortazione a non consegnarsi alla rassegnazione, pensando che il futuro non sia più nelle mani di
Dio. La speranza, alla quale il popolo viene richiamato, non deve essere confusa con generico ottimismo.
Qui non si tratta di ottimismo (antropologico), ma di speranza (teologale). Israele ha assoluta necessità di
tornare a sperare: cioè di credere fermamente che il futuro abbia ancora Dio come protagonista. E la
speranza non dipende solo “dall’alto”; è necessario un coinvolgimento diretto della libertà del soggetto … ieri
come oggi.
- Nel quadro della profezia isaiana è evidente la decisione di Dio di non fare tutto da solo nell’opera di
consolazione del suo popolo. L’imperativo della consolazione è rivolto ad un soggetto plurale indeterminato,
chiamato a farsi intermediario con il popolo di Dio. Dio vuole suscitare fra i suoi uomini di fede, chiamati ad
essere ministri della sua consolazione; gente che ha imparato a guardare e leggere la storia con gli occhi di
Dio, e che ora ha il compito di aiutare anche altri a fare lo stesso. La medesima urgenza raggiunge anche
noi uomini di fede del III millennio, tanto più in un contesto dove la rassegnazione e la perdita di speranza
sembrano essere divenuti ingredienti comuni della vita.
- Su cosa è possibile fondare la propria speranza? Certo non sulle potenzialità dell’uomo. Alcune
affermazioni in merito lapidarie di Is 40: Ogni uomo è come l’erba, e tutta la sua grazia come un fiore del
campo … Secca l’erba, appassisce il fiore, ma la parola del nostro Dio dura per sempre. Israele è invitato a
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non lasciarsi sedurre, ma a mantenersi ancorato a ciò che davvero è in grado di garantire stabilità al vissuto.
La parola di Dio è attestazione di un progetto di bene che non decade, e dunque sul quale è possibile fare
affidamento, al di là delle vicissitudini non sempre felici della storia umana e personale. Il difficile sta nel
riuscire a sconfessare le illusioni, nell’essere capaci di dare un nome alle istanze alternative, che pretendono
di sostituirsi a Dio e alla stabilità che lui solo è capace di donare. E’ questa una componente specifica anche
della nostra opera “missionaria”. L’annuncio del Vangelo deve essere capace nel contempo di screditare
tutte quelle parole, che nutrono una pretesa di verità, senza possederla … e che tuttavia risultano seducenti
per molti.
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